Non ero mai stata
così. Non avevo nemmeno mai pensato di poterlo essere. Sono sempre stata quella
semplice e facile da accontentare. Ho avuto la mia parte di divertimento, un
numero adeguato di amanti e se attraversavo un periodo di magra ero comunque in
grado di provvedere ai miei bisogni. Pensavo fosse sufficiente, credevo di
sapere ciò di cui avevo bisogno. Questo, però, era prima di lui.
Forse vi starete
chiedendo chi è, se vi parlerò di lui
e perché lo chiamo così. Non è un modo di preservare la sua privacy, né di
mantenere un alone di mistero intorno a ciò che sto vivendo. È che proprio… non
lo so! Non conosco il suo nome, non conosco il suo volto, cosa fa nella vita,
se è ricco o povero, bello o brutto. Quello che so per certo è che ha mani
grandi e dita lunghe, la pelle morbida, le guance sempre con un filo quasi
impalpabile di barba anch’essa morbida al tatto, ciglia lunghe, naso
proporzionato al viso squadrato, mascella volitiva, addominali delineati ma non
eccessivi, cosce e braccia forti ricoperte da una morbida peluria, una voce
bassa e roca che sarebbe sufficiente a farmi avere un orgasmo da sola e un
cazzo che gli orgasmi non me li fa solo immaginare. Nella mia mente è
bellissimo e perfetto, ma nella realtà non ho la più pallida idea di come possa
essere.
Confuse? Posso
capirlo. Meglio fare un passo indietro, che dite?
È cominciato tutto
qualche mese fa… Ad essere sincera sono tre mesi, sedici giorni, quattro ore e…
ventisei minuti, se ho calcolato bene quanto tempo ha passato con me la prima
volta, ma volevo fare la sostenuta. Come dicevo, tutto è cominciato circa tre mesi
e mezzo fa. Dormivo serena senza un problema al mondo quando ho cominciato a
fare un sogno stranissimo o, perlomeno, pensavo fosse un sogno. Ho sentito una
voce stupenda parlarmi, era bassa e roca, ipnotica. Mi chiedeva di non aprire
gli occhi e, vi giuro, era impossibile non darle retta - alla voce intendo. Ho
fatto come richiesto tenendo gli occhi chiusi, cullata dalla voce. Mi parlava
all’orecchio trasmettendomi brividi in tutto il corpo, ha continuato così per
parecchio tempo finché ho sentito un dito sfiorarmi la guancia. Nel sogno ero
sul punto di aprire gli occhi, ma lui mi ha fermato intimandomi di non farlo. E
chi sono io per disobbedire? ho pensato, sigillando le palpebre. Era un sogno
troppo bello per rischiare di rovinarlo con la mia stupida curiosità. Ha
continuato a toccarmi superficialmente senza mai spingersi oltre e nonostante
questo avevo il fiato corto e il cuore impazzito. Avvertivo nell’aria un
profumo che non mi era nuovo, ma che non riuscivo a collocare nella mia mente.
Mi parlava lentamente come se non volesse spaventarmi, ma posso assicurarvi che
non lo ero affatto. Chi mai potrebbe temere un uomo che ti sussurra parole
incendiarie nell’orecchio, ti accarezza con delicatezza, ti appoggia le labbra
sulla tempia lasciando una scia di passione a stento trattenuta sino al lato
delle labbra per poi allontanarsi lasciandoti insoddisfatta? Soprattutto: chi
mai avrebbe paura di un sogno, per quanto inconsueto? Quando poi ha usato il
dorso della mano per sfiorarmi un capezzolo ho creduto di impazzire, ho stretto
gli occhi terrorizzata al pensiero di aprirli e far sparire tutto, ma non ho
potuto impedirmi di arcuare la schiena per andare incontro a quel tocco.
Una risatina ha
accompagnato il mio brusco movimento. In qualunque altra situazione mi sarei
arrabbiata per essere stata derisa, avrei sbraitato e forse insultato, ma non
in quel momento; ho sentito un gemito e solo dopo mi sono resa conto che quel
suono arrivava dalla mia gola.
«Piano, gattina, non avere fretta» mi ha detto con un sussurro. «Per questa volta ci fermiamo così. Se sarai
buona potrei decidere di tornare a trovarti.»
«No» ho chiesto in
tono lamentoso. «Non lasciarmi adesso.»
«Shhhhh. Tornerò, lo prometto. Tra una settimana da oggi sarò qui e
voglio trovarti bendata e… nuda» ha concluso, dandomi un piccolo morso al
lobo che mi ha portato vicino all’orgasmo. Un movimento al mio fianco e poi…
nient’altro. Nessun rumore, nessun sentore che nella stanza ci fosse qualcuno.
Ho aperto un occhio puntandolo sulla sveglia che segnava le 02:27, senza sapere
se urlare o mettermi a pancia sotto per riprendere a dormire. Ho ripercorso
tutto il sogno nella speranza di finirlo in modo più soddisfacente, ma quando
mai si riesce a riprendere un sogno erotico? Al massimo ti può capitare con un
incubo. Alla fine ha vinto la stanchezza.
La mattina dopo avevo
addosso una tale tensione sessuale dovuta all’assurdo sogno della notte che ho
dovuto provvedere da sola a raffreddare i bollenti spiriti.
Nonostante l’attività
mattutina sono arrivata in ufficio stressata e svogliata, non che di solito il
mio umore sia molto migliore. Lavoro da circa un anno e mezzo per un uomo
atroce, non lo sopporto o forse lui non sopporta me, ancora non l’ho capito. Non
è che sia male lavorare per lui, è che non ci siamo mai trovati. Io sono un
tipo socievole e di norma simpatico, lui è ingessato e non nel senso che nel
quotidiano indossa abiti gessati, ma proprio che è di gesso. È sempre rigido
come un furetto morto e sono abbastanza convinta che gli abbiano termosaldato
un palo su per il culo, non ho trovato altre spiegazioni al suo essere
costantemente teso. Quando arrivo la mattina è già chiuso nella sua stanza,
quando vado via lo trovo immerso tra le carte e non solleva neanche lo sguardo per
salutarmi. Anche il suo aspetto è particolare: i capelli sono sempre incollati
alla testa, potrebbe succedere il finimondo che loro starebbero buoni buoni al loro
posto, la pelle del viso è piuttosto chiara e perfettamente rasata ogni singola
mattina, ma per il resto non saprei. Sono solita notare i particolari delle
persone, ma con lui non è successo, forse perché non ha niente da notare. Anzi
no, gli occhi. Ha un bel taglio e anche il colore sarebbe piacevole - un bel
verde intenso - se non fosse per quell’espressione dura che si porta dietro
costantemente e quando non è accigliato sono comunque schermati dagli occhiali
da vista o da lettura, ancora non ho capito nemmeno quello. In ogni caso il mio
capo è l’ultimo dei miei pensieri. Sinché continua a pagarmi regolarmente non
mi importa intrattenere rapporti sociali con lui. All’inizio non la pensavo
così quando, appena laureata, ho avuto la botta di culo di entrare alla Masen
Inc. pensavo di aver trovato chissà quale miniera d’oro; da semplice impiegata
sono passata presto a ricoprire il ruolo di assistente personale del
responsabile delle risorse umane, poi del coordinatore dei settori e in fine
del giovane figlio del gran capo che aveva deciso di delegare al rampollo gran
parte del lavoro perché, a suo dire, “aveva le palle piene di passare il tempo
chiuso in ufficio e voleva godersi il tempo a divertirsi con la moglie che era
ancora una gran bella figliola” - parole sue. Una bellissima coppia i Masen -
Edward e Elizabeth -,non più giovanissimi, ma pronti a godersi la vita fino in
fondo. È bastato poco per capire che il figlio non era altrettanto alla mano,
ma non avrei mai immaginato che da un uomo che parlava tranquillamente di portare
la moglie in viaggio e fotterla senza pietà - sempre parole sue - e una donna
che guardava il marito con un desiderio tanto intenso da far arrossire il
figlio, potesse venir fuori uno stoccafisso che non sorride mai. Comunque,
anche quella mattina mi sono avvicinata alla sua porta, un leggero tocco di
nocche prima di aprire, “Buongiorno, dottor Masen” - “Isabella!” è stata la
risposta e ho richiuso la porta. Questo è il massimo dell’interazione tra noi.
Anzi, oggi si è allargato parecchio, di solito mi chiama Miss Swan. La sera è
più o meno lo stesso col giorno che diventa sera oppure, se è in forma
strepitosa, con qualcosa tipo “a domani”. Comunichiamo via email. Mi passa i lavori
da fare, mi chiede pareri - anche importanti -, mi ringrazia, mi gratifica,
sempre attraverso quel cazzo di computer. Ormai ci ho fatto l’abitudine, però
penso spesso che svolgere il mio lavoro sarebbe mille volte meglio se non
dovessi avere a che fare con lui, se il padre non fosse fuggito a “godersi la
moglie” e lavorassi con Edward Senior invece che con Junior. Forse un giorno
lascerò questo posto, ma per ora mi sta bene così.
Ho passato la giornata
lavorando con una parte del cervello proiettata al sogno. La sera sono uscita
con Jacob - un ragazzo che frequentavo in quel periodo - e abbiamo fatto sesso
per ore. Quando sono tornata a casa ero ancora eccitata nonostante i diversi
orgasmi e quello non era normale.
Per le due notti
successive ho continuato a pensare al sogno, addormentandomi sperando che
l’uomo misterioso tornasse. Inutile sottolineare che è stata una pia illusione.
I giorni sono passati e ho accantonato quel pensiero anche se a malincuore. Ho
capito che era passata una settimana durante la notte che il sogno aveva stabilito come scadenza per tornare. Il letto ha
cigolato e lui mi ha sussurrato di tenere gli occhi chiusi. I letti affondano
lateralmente nei sogni? Forse avrei dovuto avere sentore della realtà, quello
era un dettaglio piuttosto rilevante, no? Invece ho sorriso come una stupida
sperando che ricominciasse a parlarmi con quel tono eccitante e magari soddisfacesse
quella voglia che mi portavo dietro da una settimana, invece ha sospirato
scaldandomi la guancia. «Ah, Isabella,
Isabella! Cosa devo fare con te?» «Tutto quello che vuoi» gli ho risposto
stupidamente.
«Non posso fare quello che voglio se tu non mi ascolti. Sono molto
deluso, Isabella. Mi costringi ad andarmene.»
«No!» Ho mosso le mani
cercando di toccarlo, ma lui si è spostato lasciandomi ad afferrare l’aria.
«Ti avevo dato un compito semplice, Isabella, ma non mi hai
accontentato. Non mi piace essere ignorato quindi adesso andrò via.»
«No» ho ripetuto
implorante.
«Sì. Pensavo di tornare tra una settimana, ma hai stravolto i miei
piani. Sarò qui tra due giorni e voglio trovarti bendata e nuda. Non deludermi ancora, Isabella o non
tornerò più.» Non ha mai smesso di accarezzarmi mentre parlava. Braccia,
mani, fianco, viso, pancia e seno - anche se coperti da quello stupidissimo
pigiama che ho indossato -, labbra. Come cavolo potevo sapere di essere
incappata in un sogno tanto suscettibile? Sarebbe stato semplice far sparire
gli abiti e far apparire una benda. Nei sogni succedono cose ben più bizzarre,
che cazzo! Comunque, il letto si è mosso ancora, alleggerendosi questa volta, e
lui è scomparso come la prima volta.
«Aspetta!» Ho aperto
gli occhi trovandomi seduta, ma… niente. Era già andato via e io ero più
eccitata che mai. Fanculo! Mi sono praticamente strappata i vestiti di dosso -
farlo prima magari? - e mi sono presa cura di me come meglio ho potuto. La
mattina dopo ero di pessimo umore e, a quanto ho potuto notare, anche il mio
capo. Non che potesse importarmene di meno. Quello era perennemente incazzato.
Anche quella sera ho visto Jacob e anche quella sera abbiamo scopato come
pazzi, ma quando al terzo orgasmo non ero ancora soddisfatta e ho capito che
avrei ottenuto di più da sola, ho creduto meglio troncare.
Due sere dopo, tra il
vedere e il non vedere, mi sono spogliata prima di entrare nel letto e ho messo
la mascherina per gli occhi - Beh? Non avevo una benda - e ho fatto bene!
«Brava, Isabella. Sono felice di sapere che hai voglia di giocare quanto
me.» E ne aveva tanta voglia, per fortuna non solo di giocare. Ha
accarezzato ogni centimetro del mio corpo. Ha baciato ogni centimetro del mio corpo. Mi ha parlato dolce e sporco
a fasi alterne. Mi ha portato a livelli di eccitazione che non avevo mai
provato prima e poi, quando pensavo che sarei morta, ho sentito il rumore della
carta di un preservativo un attimo prima che mi scopasse… eccome se mi ha
scopato. Sogno un gran cazzo! Nel mio appartamento c’era un uomo. Un uomo in
carne e ossa che si era infilato nel mio letto per tre volte, che stava facendo
del sesso strepitoso con me. Un uomo del quale non conoscevo il viso, il nome,
uno straccio di particolare se non che scopava da dio e non avevo nessuna
intenzione di fermarlo. Forse avevo una malattia degenerativa, magari avevo
bruciato gli ultimi neuroni buoni lavorando per quella cariatide. Sicuramente
mi sarei fatta rinchiudere la mattina dopo, ma in quel momento volevo solo
godere di quel corpo possente sopra di me. Non potevo vederlo, ma potevo
toccarlo. Sentivo la sua pelle morbida e liscia, ho abbracciato quelle spalle
larghe e solide come un muro di mattoni e lui ha fatto lo stesso con me
avvolgendomi con le sue braccia forti e, per assurdo, trasmettendomi una
sicurezza mai provata prima. Ho baciato il suo petto avvertendo la leggera
peluria che lo copriva. Non ho mai amato gli uomini villosi, ma adoro una
leggera spruzzata di peli; per intenderci non mi piace quando un uomo si depila
da capo a piedi, sono fermamente convinta che quella sia una nostra prerogativa
e anche una gran rottura di palle, se è per quello. Ho stretto tra le labbra un
capezzolo ricevendone in cambio un gemito strozzato che mi ha esaltato alla
follia. E quelle labbra… Santa Cunegonda quelle labbra! Quando poi sono passata
alla gola mi sono persa sul pomo che si muoveva sotto il mio assalto.
È rimasto con me per
parecchio tempo e prima di andarsene mi ha promesso di tornare dopo quattro
giorni. Ho pensato di sbirciare per vedere il suo volto, ma ho accantonato
l’idea subito dopo, non aveva senso rovinare una fantasia pazzesca come quella
per curiosità. Sarebbe tornato davvero? Aveva avuto ciò che cercava, quindi
poteva anche cambiare idea. E io? Desideravo che tornasse? Sì. Era l’unica
risposta che riuscivo a darmi al di là della follia della situazione e di
quanto dovessi vergognarmi per aver fatto sesso con lui. Era chiaro che mi
conosceva bene, poteva essere chiunque: un vicino psicopatico, il postino, il
ragazzo che mi consegnava la pizza o un vecchio compagno del liceo. Come aveva
fatto a entrare in casa mia? Troppi pensieri mi affollavano la mente quando mi
sono lasciata vincere dalla stanchezza, addormentandomi profondamente. La
mattina dopo ho fatto un giro per casa controllando ogni accesso ed era tutto
chiuso come tutte le mattine. Ho cominciato a vivere in quella casa una
settimana dopo essere stata assunta alla Masen, era un vecchio stabile in
periferia rimodernato, di proprietà del boss che aveva deciso di concedermi
l’uso di uno degli appartamenti che ne erano stati ricavati a prezzo
vantaggioso. Non avevo tempo per lambiccarmi il cervello su come lui fosse entrato e uscito. Ero una
larva, ma non avevo mai finto d’essere malata e non avrei cominciato quel
giorno anche se avrei preferito farmi fare un piercing al clitoride che vedere
quella faccia incazzata… invece il dottor Masen non c’era. Non era mai successo
prima e non sapevo cosa fare. Poi ho trovato una busta sulla scrivania con
tutte le indicazioni per la giornata lavorativa. Meglio così, ero ancora troppo
turbata per avere a che fare con lui. Ero terribilmente indecisa se deprimermi
per il mio comportamento sconsiderato o esserne esaltata. Avevo fatto una cosa
impensabile per me e non riuscivo a pentirmene, anzi non vedevo l’ora che
passassero quei quattro giorni e, per non sbagliare, in pausa pranzo sono
andata a comprare una benda nera.
Da allora le notti si
sono succedute in un’eccitazione crescente. Non saltava mai i nostri
appuntamenti notturni e l’attesa andava via via diminuendo come se anche lui
fosse impaziente di incontrarmi. Ho smesso di pormi domande, non mi importava
da dove entrasse, quale fosse il suo nome, o come potessi permettergli di farmi
tutte le cose deliziose che faceva al mio corpo. Mi dispiaceva non poterlo
vedere in viso, ma anche in quel caso non avevo insistito per paura che tutto
potesse finire. Ero da ricovero.
In una delle nostre
notti folli è arrivato come sempre nel silenzio più assoluto, mi ha salutato
con la sua voce bassa e eccitante da morire, ha cominciato a baciarmi, a
toccarmi, a farmi impazzire e poi mi ha sussurrato: «Ti fidi di me?» La risposta più sensata - l’unica possibile in
verità - doveva essere: “no, non so il tuo nome, non so in ce modo entri in
casa mia né come conosci tutto di me, non ho mai visto il tuo viso, non c’è una
sola ragione al mondo per cui dovrei fidarmi di te”. Invece ho risposto solo: «Sì.»
Un semplice sì che ha spalancato le
porte all’esperienza più esaltante della mia vita. Mi ha sollevato le braccia
sopra la testa legandole insieme per poi fissare quella che presumo fosse una
sciarpa o una cravatta alla testiera del letto. Avrei dovuto sentire il terrore
serpeggiarmi tra le vene, forse una parte di me ne era consapevole e il mio
corpo si è irrigidito perché lui mi ha detto: «Rilassati, non voglio farti del male.» In effetti se avesse voluto
farmene avrebbe avuto più occasioni di quanto mi piaccia ammettere, quindi
perché non lasciarlo fare? Mi ha baciato molto più delicatamente di come faceva
di solito. Sembrava volesse blandirmi, ma a quel punto la preoccupazione era
stata spazzata via dall’aspettativa. Ha fatto scorrere il dorso della mano
sulle mie braccia, sul fianco, ovunque ma lontano da dove lo desideravo di più.
Ha soffiato sulla mia pelle bollente prima di far scorrere qualcosa di soffice
e delicato. Una piuma? È il più classico dei cliché, sarei dovuta scoppiare a
ridere e prenderlo in giro, ma come sempre mi sono lasciata trasportare dalle
sensazioni. Con gli occhi bendati e le braccia bloccate ero totalmente in balia
del suo volere, dei suoi desideri e dei miei. E lui li ha soddisfatti tutti,
anche quelli che non sapevo di avere. Quando mi ha presa, ho arcuato la schiena
nel tentativo di fondermi con lui, ansiosa di trovare quella dimensione che non
avevo mai provato prima di trovarmelo accanto sul letto. I miei gemiti, quella
notte, sono stati incontrollabili. Forse sarebbe arrivato a imbavagliarmi tanto
era il rumore che facevo, eppure sembrava apprezzare il mio lasciarmi
coinvolgere in quel modo. Quella notte ho raggiunto l’orgasmo più intenso della
mia vita e anche lui sembrava molto soddisfatto, stando al fiato corto e al
battito furioso del suo cuore quando si è lasciato andare sopra di me. Per la
prima volta, quella notte, è andato via dopo che mi ero addormentata.
La mattina dopo ero
convinta che non sarei riuscita a fare niente e non mi sono scostata troppo
dalla realtà. Ero persa nei ricordi, pensavo a come dovevo essergli apparsa
nuda, bendata, legata al letto, alla sua completa mercé. Ripensando a quanto mi
aveva fatto godere mi sono eccitata ancora, ho accavallato le gambe stringendole
tra loro, creando un delizioso attrito che mi ha fatto scaldare ancora di più.
Il dottor Masen, ovviamente, ha scelto proprio quel momento per uscire dal suo
ufficio.
«Isabella potrebbe… porca
vacca!» Eh, no, miseria! Dovrei essere io a dirlo. Stava sempre chiuso lì
dentro, era troppo sperare che lo facesse anche quella mattina? Pur mortificata
e senza riuscire a dirigere lo sguardo su di lui, ho sciolto l’intreccio delle
mie gambe - riportando giù la gonna che si era sollevata di parecchio -,
tentando di darmi una parvenza di professionalità. «Ha bisogno di qualcosa,
signore? Posso portarle una tazza di caffè?»
«Caffè?... Bisogno?»
Il suo balbettio mi ha costretto a guardarlo in faccia, non aveva mai
tentennamenti quando parlava, temevo stesse male. Ricordate quando ho detto di
essere solita notare i particolari? Ebbene quella volta ne ho notati parecchi.
Per cominciare aveva la faccia in fiamme, il respiro corto, le mani strette e
le nocche bianche, le pupille dilatate e senza occhiali ho notato che il
bellissimo verde che caratterizza i suoi occhi era quasi scomparso in favore di
un colore più cupo, quasi tenebroso. E vi ricordate quando ho detto che è
sempre teso? In quel momento, lì, davanti a me, ho potuto notare un particolare
piuttosto ingombrante che non era mai stato evidente ed era molto teso. Non mi ha risposto comunque.
Ha annaspato per qualche altro secondo per poi tornare nel suo ufficio
chiudendosi dentro, senza più uscirne.
Cazzo! Che figura di
merda. Tanto valeva abbassarmi le mutandine e masturbarmi davanti a lui.
Il capo non mi ha più
cercato per quel giorno. Era ancora barricato dentro quando sono andata a
pranzo e c’era ancora quando sono tornata. A fine giornata, imbarazzo o meno,
sono andata a salutarlo perché non potevo farne a meno. Ho aperto la porta dopo
il solito tocco di nocche e l’ho trovato con lo sguardo perso oltre la
finestra, le braccia abbandonate sui braccioli della poltrona e un’unica ciocca
di capelli sfuggita al giogo del gel. «Io vado, dottore. Buonasera.» Si è
riscosso dai suoi pensieri puntandomi addosso uno sguardo differente dal
solito, l’avrei definito smarrito. Ha portato una mano alla fronte rimettendo
al suo posto l’unica nota di trasgressione in lui.
«Sì… sì, certo.
Buonasera» e si è rigirato verso la finestra. Ho paura. Una paura folle di
essermi giocata il posto di lavoro per questa stronzata delle visite notturne.
So che ho detto di voler cambiare lavoro o, meglio, datore di lavoro, ma non
così. Quando abbandonerò il giovane Masen vorrei che fosse perché ho trovato
qualcosa che mi gratifica di più, non perché ero in procinto di darmi piacere
nel bel mezzo della giornata lavorativa. Sono tornata a casa sentendomi giù e,
anche se avevo appena pensato fosse una stronzata, triste al pensiero che non
avrei avuto la visita del mio amante misterioso per alcuni giorni.
Quando lui è tornato da me la volta successiva
è stato strabiliante, mi ha presa con foga, come se non riuscisse a saziarsi di
me e ho urlato ancora di più. Prima di andarsene mi ha chiesto di non indossare
le mutandine per i due giorni successivi, aggiungendo che qualunque pensiero mi
fosse passato per la testa non avrei dovuto toccarmi, perché la notte del
secondo giorno voleva trovarmi tremante di desiderio dopo aver passato le
giornate con la passera all’aria e i pensieri alla deriva. Credete che gli
abbia dato retta? Che mi sia torturata per lui pur sapendo che non avrebbe mai
saputo se avessi dato corso al suo desiderio o meno? In effetti sì, l’ho fatto,
ma non chiedetemi perché. Non ho una spiegazione logica, né pratica. L’ho fatto
perché me l’ha chiesto e questo è tutto.
Nel frattempo il mio
capo diventava sempre più strano. Quella stessa mattina - quella in cui ero
senza mutande per intenderci - è arrivato dopo di me, mi ha guardato appena, ha
accennato una specie di saluto e si è barricato dentro il suo studio. Amen,
dottor Masen. Quando deciderai di comportarti da persona normale fammelo
sapere, magari ti preparo un caffè come qualsiasi altra assistente.
Volete sapere se è
valsa la pena di aver passato due lunghissimi giorni senza biancheria e senza
alcun sollievo? Sì, assolutamente sì. Quando è arrivato, per prima cosa, mi ha
chiesto se avevo esaudito il suo desiderio, poi, senza preavviso si è abbassato
su di me leccandomi e portandomi all’orgasmo dopo appena poche passate di
quella lingua talentuosa, lasciandomi tremante e spossata. «Ma che brava la mia piccola Isabella» mi
ha sussurrato sulle labbra, «meriti un
premio per questo» ha continuato, per poi dedicarsi ancora al mio sesso in
fiamme, torturandomi lentamente per ore o forse giorni, prima di portarmi di
nuovo all’apice del piacere. Non avevo forze, non avevo difese contro di lui,
ero in balia dei suoi voleri e non ero in grado di ribellarmi; la cosa più
assurda era che non desideravo farlo. Volevo che fosse lui a dirigere il gioco, che fosse lui a dirmi cosa fare e quando farlo e volevo godermi tutto quello
che era disposto a darmi finché avesse voluto.
E così è andata per
gli ultimi tre mesi, sedici giorni, quattro ore e diversi minuti.
Ed ora eccomi qui in
attesa del prossimo incontro che non sarà oggi perché è sabato e lui non viene
mai da me nel fine settimana. Mi rifiuto di pensare che è sposato e quindi
passa questi giorni con la sua famiglia, ma potrebbe essere; in quel caso io
sarei lo sporco segreto di un uomo schifoso. Preferisco pensare che lavora come
barman in un club per pagarsi gli studi universitari e resta lì tutta la notte
per racimolare più mance possibile. Sto camminando in una via molto affollata
in cerca di un completino intimo da sfoggiare la prossima volta. Non mi ha dato
indicazioni precise, solo che devo indossare la benda, quindi posso
improvvisare per una volta tanto. È capitato e non mi sembra gli dispiaccia
quando mi trova con addosso qualche capo particolare. Questa volta vorrei
sorprenderlo, ma non ho ancora visto niente di interessante per ora. Sposto lo
sguardo dalle vetrine e vedo qualcosa di molto
più affascinante dei manichini. Davanti a me un ragazzo cammina guardando distrattamente
le vetrine. Indossa jeans consumati, una maglia nera e delle scarpe da tennis
che hanno visto tempo migliori; le mani affondate nelle tasche, le spalle
infossate e l’aria non troppo felice. È bellissimo e per alcuni secondi penso
di sbagliarmi. Non può essere lui, ma gli occhi che incrociano i miei quando
anche lui guarda avanti a sé non possono ingannarmi. «Dottor Masen, è lei?»
Stringo gli occhi perché mi sembra ancora troppo strano.
«Oh, Isabella!» Sembra
più che imbarazzato. «Anche lei in giro a fare compere?»
«Già» rispondo
laconica. Quello è il mio capo? Quella specie di ammasso di muscoli delineati
che spingono il tessuto della maglia è lo stesso uomo-gesso che mi paga lo
stipendio? E quei capelli? Darei un braccio per poter affondare le dita in quel
delizioso ammasso incasinato. Si guarda intorno spostando gli occhi ovunque
tranne che su di me, ma quando credo stia cercando un modo per chiudermi una
porta in faccia come fa tutti i giorni mi chiede: «Le andrebbe di farmi
compagnia per un caffè?» Non so se è un modo per non essere scortese o se gli
vada sul serio di bere qualcosa con me, ma questa non voglio proprio
perdermela.
«Grazie, mi farebbe
piacere.» Entriamo in una caffetteria non lontana, ci sediamo e ordiniamo le
nostre bevande. L’inizio è imbarazzante per entrambi, ma dopo le prime domande
di rito e totalmente inutili ci lasciamo la tensione alle spalle parlando un
po’ di tutto, ridiamo perfino e quando ride lui, cazzo!, è uno spettacolo.
Non so esattamente a
che punto - forse quando finito il secondo caffè siamo passati alla birra -
abbiamo cominciato a darci del tu. Trovo ancora strano il nostro interagire
così spontaneo, non avrei scommesso un centesimo se me l’avessero chiesto.
Abbiamo lavorato insieme tutti i giorni da quando ha preso il posto del padre e
non ero a conoscenza che gli piacessero, anzi adorasse, i cioccolatini al
liquore per esempio o che andasse a correre tutte le mattine prima di arrivare
in ufficio o tante altre cose che ha condiviso con me. Un veloce sguardo
all’orologio appeso alla parete mi fa sbarrare gli occhi. Siamo seduti a questo
tavolo da quasi quattro ore. Quattro ore trascorse col mio capo col quale non
avevo mai scambiato più di qualche convenevole. E la cosa più strana è che non
abbiamo mai, nemmeno una volta in tutto questo tempo, accennato al lavoro. La
mia espressione deve essere eloquente perché anche lui lancia un’occhiata al
quadrante che porta al polso e mi guarda spaesato. «Accidenti» esclama. «Già!» rispondo
con un sorriso sincero.
«Mi dispiace, non
avrei voluto rubarti tutto questo tempo.» È arrossito ed è adorabile.
«Non mi è dispiaciuto,
davvero. È stato bello passare il tempo con te e… non credevo fosse possibile.»
Il suo rossore si accentua e io mi mordo la lingua. «L’ho detto a voce alta?» Un
leggero annuire è tutto ciò che ottengo. «Mi spiace… non volevo dire…»
«Non importa. Non hai
detto niente di strano. Non sono la persona più socievole del mondo, ti
capisco.» Non è quello che avrei pensato se l’avessi conosciuto solo quel
pomeriggio, ma questa volta riesco a tenerlo per me. Comunque è ora di
separarci e non ho idea di cosa troverò lunedì a lavoro. Non mi lascia pagare
neanche una consumazione e io non protesto, mi piace essere coccolata dagli
uomini che frequento. No, aspetta! Noi non usciamo insieme. Ci siamo incontrati
e abbiamo passato un pomeriggio a chiacchierare. Tutto qui.
Fuori dalla caffetteria
ci guardiamo imbarazzati ed è strano dopo le ore passate in totale relax.
Edward - quanto è bello poterlo chiamare così - ha ricominciato a guardarsi
intorno saltellando sui piedi.
«Beh, allora io vado.
Grazie per la bella serata, Edward. Ci vediamo lunedì.»
«Sì, certo. A lunedì,
Isabella» faccio per allontanarmi, ma subito dopo mi afferra il braccio
fermandomi. «Isabella, io… non… non voglio tornare a… vorrei che potessimo
continuare a comportarci come oggi se… se per te va bene.» Dio! Quant’è carino tutto
rosso e insicuro. Non posso fare a meno di sorridere felice.
«Piacerebbe tanto
anche a me, Edward. A lunedì.» Mi allontano ancora e questa volta mi lascia
andare, ma quando mi volto per un’ultima occhiata è ancora lì fermo a
guardarmi. Il resto del week end lo passo distribuendo equamente i pensieri tra
il mio amante misterioso e la nuova versione del mio datore di lavoro. Non
avrei mai pensato di poterlo trovare affascinante. Senza quei completi seriosi,
i capelli incollati alla testa e l’aria sempre imbronciata è delizioso. Un
bocconcino di quasi un metro e novanta di muscoli guizzanti.
Domenica dormo poco e
male, ma quando entro in ufficio lunedì sono piena di esaltante aspettativa. Mi
chiedo come sarà lavorare col “nuovo” Edward. Preparo due tazze di caffè
aggiungendo cacao in polvere nella tazza di Edward e mi siedo in attesa del suo
arrivo. Il sorriso scompare della mie labbra quando vedo arrivare il solito,
ingessato dottor Masen. «Buongiorno, Isabella. Mi dispiace per il ritardo. Uno
di quelli è per me?» mi chiede indicando la tazza accanto alla mia. Non so se è
più la delusione del passo indietro o la rabbia per aver sperato che le cose
sarebbero cambiate in modo radicale ad accompagnare il mio brusco gesto nel
passargli il caffè.
«Buongiorno dottor
Masen. Ho aggiunto del cacao, spero le vada bene anche la mattina. Ha già
pronta l’agenda per oggi?» concludo senza quasi prendere fiato. Allunga la mano
per prendere la tazza, ma con quella afferra anche la mia mano stringendola
delicatamente.
«È tutto a posto,
Isabella? Credevo avessimo… superato… tutta quella storia del… dottor Masen.»
Non sta balbettando, è solo insicuro e guardandolo in viso ritrovo, sotto
quegli abiti formali e la pettinatura da sfigato, lo stesso, dolce, giovane
uomo di sabato pomeriggio e ne sono inaspettatamente felice.
«Sì, lo credevo anche
io, ma tu sei così…» non concludo la frase limitandomi a indicarlo.
«È per i miei abiti?»
Mi chiede aggrottando la fronte. «Non posso venire a lavorare abbigliato come
un teenager, per quanto mi piacerebbe.»
«Oh! Ok. Allora…
buongiorno… Edward.» In effetti non ha tutti i torti, anche se non capisco
perché debba essere sempre tanto formale. Sorride e i suoi occhi sembrano un
prato di primavera. «L’agenda per oggi è pronta. Vieni nel mio ufficio e la
vediamo insieme.» Potrei mettermi a ballare sulla scrivania. Questo significa
niente più email e buste coi lavori da svolgere, ma contatti diretti e parole e
gesti e sorrisi di tanto in tanto. Forse non dovrò trovarmi un nuovo lavoro
troppo presto.
Comincia così una
collaborazione vera tra noi. Abbiamo un’intesa incredibile, spesso basta uno
sguardo per capirci e la cosa mi esalta. Giorno dopo giorno siamo sempre più
affiatati, le ore con Edward volano e adesso provo dispiacere quando arriva il venerdì.
Le mie notti sono
sempre meno solitarie. Lui viene a
trovarmi con più frequenza e i nostri amplessi sono migliori di volta in volta.
È come se mi conoscesse sempre un po’ di più, come se sapesse se in quella
specifica notte ho bisogno di coccole e che faccia l’amore con me o che sia
rude e mi scopi con tutta la forza che ha in corpo. Ultimamente, però, mi sta
capitando una cosa inquietante: mentre prima mi godevo le sensazioni che mi
dava senza cercare altro, adesso il buio dietro le mie palpebre si riempie dell’immagine
di un uomo, un giovane uomo dall’aria timida e le guance rosse. I gemiti che
emette lui li “vedo” uscire dalle
labbra di Edward, le braccia che mi stringono, il collo che si tende sotto le
mie mani quando raggiunge l’orgasmo, ogni particolare lo accosto all’Edward che
vive fuori dall’ufficio; lo stesso che da quel sabato pomeriggio mi porta a
mangiare alla tavola calda sotto il posto di lavoro, che mi fa ridere con
battute e scherzi, che si imbarazza alcune volte e arrossisce altre, lo stesso
a cui riesco addirittura a scompigliare i capelli talvolta.
Le giornate con
Edward, le notti con lui. È
sfiancante, ma non riesco a farne a meno.
Sono passate poche
settimane da quando la mia vita lavorativa è cambiata radicalmente. Edward non è
ancora arrivato, sta capitando spesso, ma non tarda mai tanto. Solo qualche
minuto che segna un cambiamento epocale da quando lo trovavo chiuso in ufficio
e dovevo battergli la porta per salutarlo. Adesso è sempre aperta, anche quando
è immerso nel lavoro posso sempre vederlo ed è… bello, rassicurante. Gli ho
comprato i cioccolatini con la ciliegia e il liquore all’interno, ne va pazzo e
fa una faccia… diciamo che mi accompagna spesso nelle mie notti folli.
Arriva trafelato
portando due tazze e un sacchetto. So già che dentro c’è almeno una ciambella
al miele, per me, perché sa che mi piace. Non è adorabile?
«Sono in ritardo… di
nuovo. Scusa, Bella.» Ha cominciato a chiamarmi Bella. Lo adoro. Mi fa
impazzire sentire quel diminutivo uscire dalle sue labbra. Mi sto cacciando in
un altro guaio temo. Sto tentando di non pensarci, ma ho paura di caderci con
tutte le scarpe. Sarebbe troppo scontato: la fedele assistente che si innamora
perdutamente del suo datore di lavoro bello, intelligente, ricco e dolce come un
pasticcino. Omettendo l’ultima parte e il fatto che sono tutto fuorché ingenua
o addirittura vergine, sembrerebbe la trama dei romanzi più in voga al momento.
«Non c’è problema. Sei
il capo, puoi permetterti di arrivare quando vuoi.»
«No, non mi piace
lasciarti ad aspettarmi, ma volevo prenderti il caffellatte e la ciambella che
ti piace e… dimmi che sono quello che penso» mi dice indicando la scatola sulla
scrivania. Gliela porgo, liberandogli allo stesso tempo le mani dal cartone con
le tazze e il sacchetto. Prende un cioccolatino portandolo alla bocca, chiude
gli occhi quando sente il liquore sulla lingua ed emette un suono di goduria
che mi arriva dritto a quella parte di cervello responsabile di creare l’eccitazione
che a sua volta - bastarda traditrice -, ordina alla mia passera di bagnarsi in
modo vergognoso.
«Merda!» Apre gli
occhi alla mia esclamazione. Stringo il labbro inferiore tra i denti,
imbarazzata da morire. Mi guarda, gli occhi si fanno cupi mentre si avvicina. Io
indietreggio, lui avanza fino a bloccarmi contro la scrivania. Posa la scatola
sul piano, liberando le mani, sistemandole poi sui miei fianchi.
«Bella…» non dice
altro, solo il mio nome. Avvicina le labbra alle mie, lentamente annulla la
distanza tra noi. È un’esplosione di sensi. Avverto il leggero sapore di
liquore che mi annienta. Ho mai pensato a come sarebbe stato baciarlo?
Un’infinità di volte, ogni volta che lui
mi bacia. Edward è dolce, è appassionato ma non aggressivo. Trovo strano che le
mie fantasie non si discostino tanto dalla realtà. Quando si allontana ha il
fiato grosso - e non solo il fiato -, mi guarda con occhi torbidi e si tuffa
ancora sulle mie labbra. Sono troppo eccitata per fermarlo, per fargli notare
dove siamo e che potrebbe arrivare qualcuno. Forse ci arriva da solo perché
abbandona la mia bocca appoggiando la fronte alla mia. «È meglio fermarsi o non
rispondo più di me.» Gli accarezzo la guancia rasata di fresco senza riuscire a
dire niente. Ci allontaniamo e cominciamo la nostra giornata di lavoro. Che è
successo? Cosa siamo adesso? Come cambierà la nostra vita? Queste e altre
domande mi riempiono la testa, ma nessuna trova la via per essere formulata.
Il nostro rapporto è
cambiato. Lavoriamo sempre tanto, ma intervalliamo momenti di concentrazione
assoluta ad altri in cui ci divoriamo a vicenda. Il divano del suo ufficio è
diventato il nostro luogo preferito, ci sistemiamo lì e pomiciamo come due
adolescenti. Ogni tanto una mano vaga solitaria verso lidi che non vedono l’ora
di essere esplorati, ma tutto si limita a questo. Non ha mai fatto cenno di
voler oltrepassare quella linea immaginaria, se usciamo a cena e mi
riaccompagna a casa, mi lascia sulla soglia dopo avermi fatto visitare le
stelle e va via senza chiedere altro. Io torno a casa con una frustrazione
assoluta che sfogo con lui. Sono una
persona infame. Edward sicuramente si sta trattenendo per rispettare i miei
tempi, sarebbe impossibile non notare la notevole erezione che sfoggia ogni
volta che ci separiamo; anche lui avrà bisogno di sfogarsi, ma non lo fa -
almeno credo - e io mi faccio sbattere senza ritegno da un altro.
Abbiamo deciso di
vederci anche sabato. Fuori dall’ufficio, lontano dai posti che frequentiamo di
solito, per vedere come va. Passiamo una serata stupenda e quando mi riaccompagna
a casa gli chiedo di salire con me. Quando arriviamo mi sento un po’
imbarazzata, ma devo sapere come potrebbe essere tra noi. Non abbiamo mai
discusso su come procedere e se esiste qualcosa che vada oltre i baci e la
reciproca, indiscutibile attrazione. Anche a casa mia riusciamo ben presto ad
accantonare gli indugi e comportarci come sempre e questa volta è il mio divano
ad essere testimone del nostro tornare giovani arrapati. Le mani di Edward, al
contrario del solito, non si fermano, mi palpa il seno attraverso gli abiti,
scende sulle cosce oltrepassando la gonna, sale, mi strizza il sedere e io sono
in agonia. Chiudo gli occhi godendo di ogni istante ed è in questo momento che
capisco di non poter andare avanti, non prima di aver chiuso un capitolo della
mia vita che mi impedisce di dar corso alla storia con Edward. Mi allontano
riprendendo fiato. Edward mi guarda smarrito e forse un po’ ferito dal mio
atteggiamento contraddittorio.
«Perdonami, io…»
«Non scusarti. Lo
capisco se non vuoi.» Ma gli occhi mi dicono tutt’altro.
«Lo voglio, ma devo
prima sistemare una questione.»
«Hai delle… questioni?»
«Solo una. Non sapevo
dove saremmo arrivati noi due e non posso tenere un piede in due staffe adesso
che so come potrebbe essere. Ho bisogno di tempo per sistemare le cose se
vogliamo che questa cosa tra noi funzioni.» Si porta le mie mani alle labbra
stampandoci sopra soffici baci che non so se hanno lo scopo di calmare me o la
sua eccitazione o sono solo un modo per dirmi che gli sta bene, che mi capisce,
che mi appoggia. Magari sta solo cercando le parole più adatte per mandarmi al
diavolo. Si alza dal divano portandomi con sé. Si avvia alla porta d’ingresso
senza lasciarmi andare. Prima di uscire mi bacia dolce e delicato e si
allontana dopo un breve abbraccio. «Prenditi il tempo che ti occorre. Sai dove
trovarmi se hai bisogno di me» e se ne va senza dire altro. Mi appoggio alla
porta ormai chiusa scivolando fino a trovarmi seduta sul pavimento. È la cosa
giusta da fare, lo so, ne sono convinta. Edward è ciò che voglio. Devo solo
trovare la forza per recidere il legame che mi avvinghia a lui. E anche questo fine settimana sarà terribilmente lungo.
La giornata in ufficio
è stata molto strana. Non è stato come prima di avvicinarmi a Edward, ma
nemmeno come negli ultimi tempi. Edward è stato carino e gentile ma sempre
senza oltrepassare la soglia della cortesia; non mi ha mai toccato o baciato,
non ha fatto battute simpatiche ma non ha chiuso la porta del suo studio. Mi ha
lascito libera di procedere coi miei tempi come aveva promesso e adesso sono
pronta a confrontarmi con lui. Non
posso avere tentennamenti, mi conosce bene e potrei cedere se tentasse di convincermi
a cambiare idea; deve essere un taglio netto. Solo così potrò iniziare la mia
storia con Edward. Dopo la doccia indosso un pigiama di cotone, metto la benda
sugli occhi e mi sdraio sul letto.
Devo essermi assopita
mentre lo aspettavo. Non parla, ma so che è qui. «Sei arrivato» affermo sicura.
«Sì» risponde. «C’è qualche
problema, Isabella?» Ha notato che non sono nuda, è evidente. Inutile
tergiversare, vado subito al punto.
«Questa cosa tra noi
deve finire.»
«Perché?» mi domanda con la sua voce roca e sensuale.
«Perché è tutta una
fantasia. Una splendida fantasia, ma è solo questo. Ho bisogno di vivere la mia
vita nella realtà. Non voglio più aspettare le nostre notti.»
«Cosa è cambiato?»
«Mi sono innamorata»
gli rispondo senza indugi. «Non so dove mi porterà questo sentimento, ma voglio
provarci. Non voglio risvegliarmi un giorno e capire di aver sprecato
l’occasione della mia vita per rincorrere un sogno.»
«Tu ami quello che facciamo.»
«Sì, ma amo di più
Edward» lo sento irrigidirsi ma non posso fermarmi adesso che ho cominciato. «Non
voglio iniziare una storia con lui sapendo di avere te a notti alterne e se
anche lui non dovesse essere interessato non riuscirei comunque a fare sesso
con te sapendo di amare un altro.»
«Perché hai messo la benda se non mi vuoi più?»
«Perché non voglio
vedere il tuo volto. Sei stato una fantasia meravigliosa e ti porterò per
sempre nel cuore, ma non voglio sapere altro.»
«Un tempo lo desideravi.»
«Quel tempo è passato.
Ho desiderato di poter andare oltre le nostre notti, ma poi i sogni sono
cambiati e vedevo Edward nella mia mente. Voglio tu rimanga un’idea nella mia
testa, non posso permettere che un giorno possa incrociare i tuoi occhi tra la
gente per strada; non voglio avere la possibilità di rimpiangerti o provare a
ritrovarti. Mi dispiace, ma devo almeno provare.» Sento gli occhi pizzicare e
la benda inumidirsi. Non piangere,
maledizione. È quello che vuoi. Mi sono illusa che tutto filasse liscio,
gli avrei parlato onestamente, mi avrebbe ascoltato, capita e sarebbe uscito
dalla mia vita per sempre. Niente recriminazioni, niente rimpianti, solo la
fine di un sogno bellissimo che, come tutte le fantasie, arrivava al termine.
Non avevo fatto il conto di quanto fosse sempre attento a tutto però. Mi si fa
più vicino e mi abbraccia scardinando tutte le mie difese. «Perché piangi, Isabella?» mi chiede
togliendo una lacrima sfuggita alla protezione della benda. «Se è ciò che desideri perché sei triste.»
«Perché al di là di
ogni buonsenso, di ogni logica, di ogni ragionamento possibile, provo per te
qualcosa che va oltre il sesso. Anche se non ho mai visto il tuo volto ti
conosco, so cosa ti piace di più, cosa ti fa sospirare, quello che ti fa
ansimare in quel modo che mi manda fuori di testa e tu… tu mi conosci meglio di
quanto mi conosca io stessa. Non ho mai capito come facessi, forse avrei dovuto
impormi e sbrogliare tutto questo casino che ho contribuito a creare invece mi
sono goduta ogni singolo
momento che ho passato
con te. E adesso devo dirti addio.»
«E sei convinta della tua decisione nonostante tutto questo?»
«Sì. Lo so che può
sembrare assurdo, ma Edward, lui…»
«Va bene così. Sono entrato nella tua vita senza chiedere il permesso.
Non pensavo che me l’avresti consentito, ma non smetterò mai di ringraziare la
mia buona stella per questo. Succeda quel che succeda, Isabella, non mi pentirò
mai di quello che c’è stato tra noi.»
«Prego di poter
trovare la redenzione un giorno, ma… nemmeno io mi pento e non lo farò mai.» Le
sue braccia mi avvolgono, mi sembra un dejà vu, ma la sofferenza che sento nel
petto non mi permette di analizzare la sensazione. Dopo un leggero bacio sulla
tempia si allontana da me andando via.
È la cosa giusta. È la
cosa giusta. È la cosa giusta… continuo a ripetermelo, ma non posso impedirmi
di chiudermi a riccio e piangere come se avessi perduto l’amore della mia vita.
Non tolgo la benda nell’illusione che trattenga le lacrime e soffoco i
singhiozzi nel cuscino fino ad addormentarmi, stremata.
Quando mi alzo dal
letto ho un aspetto terribile che tento di nascondere col trucco. Arrivo in
ufficio presto e, per una volta, non sono dispiaciuta che Edward non sia ancora
arrivato. Mi avvicino alla grande vetrata che si affaccia sulla città, vorrei
godere della vista che mi ha sempre affascinata, ma la mia mente è bloccata
alla notte appena passata. Continuo a ripetermi che ho preso la decisione giusta,
che ho fatto bene a non voler conoscere il suo viso e sono davvero convinta che
sia vero. Ciò non toglie che sento una gran peso e ho bisogno di Edward per
superare questo momento. Vorrei essere più forte, vorrei non pensare che lui mi mancherà. So che sarò felice con
Edward, non ho dubbi, lo amo, devo solo prendermi un po’ di tempo.
Edward arriva coi
nostri caffè e la mia ciambella al miele, ha sul viso un sorriso meno aperto
del solito che scompare nel momento esatto in cui nota il mio aspetto.
«Cos’hai, Bella?»
«Niente» gli rispondo
dandogli le spalle. «Ho solo detto addio a una parte di me.» Edward si avvicina
e mi cinge in vita facendo aderire il suo corpo al mio. È bellissimo sentirlo,
non vedo l’ora di dare seguito al nostro rapporto e scoprire com’è fare l’amore
con lui. Non sarà solo sesso, di questo sono certa. Forse non sarà esaltante
come con lui, ma sarà amore e questo
sarà sufficiente a non farmi rimpiangere ciò che ho abbandonato.
«Ti dispiace di averlo
fatto?» Sì, ma era la cosa giusta da fare.
«No» rispondo invece.
Sempre standomi dietro comincia a muovere le mani sul mio ventre, lento, senza
fretta. È eccitante, maledizione. Sono sempre più convinta di aver preso la
decisione migliore e che lui non mi
mancherà. Edward saprà darmi ciò di cui ho bisogno. Avvicina le labbra al mio
collo facendole scorrere lente e delicate, provocandomi una serie di brividi
che raggiungono presto il mio centro. No, non lo rimpiangerò di sicuro.
«Ti ho mai detto che
l’appartamento dove vivi è stato ricavato, insieme agli altri, dalla vecchia
residenza dei miei avi? Da bambino ci passavo un sacco di tempo. La conosco
come le mie tasche. Ti sorprenderebbe sapere quanti segreti nasconde.» Continua
a parlare senza mai staccare le labbra dalla mia pelle e si sta eccitando
quanto e più di me se posso prendere come indicatore il rigonfiamento che sento
premermi sul sedere. «L’appartamento di fianco al tuo è sfitto da parecchio
tempo, lo sapevi?»
«Sì» sospiro, appena
consapevole delle sue parole e molto più concentrata sull’effetto dei suoi
baci.
«Anticamente quelle
erano le stanze padronali, quelle riservate al padrone di casa e alla sua
amante.» Anticamente? Amante? So che
queste parole dovrebbero risvegliare qualcosa in me. Ho letto decine di libri
storici, so come funzionavano le cose all’epoca. Il signorotto di turno andava
a trovare la sua amante quando ne aveva voglia senza dover rendere conto a
nessuno dei suoi movimenti, attraversando passaggi segreti… Oh, cazzo! Cerco di divincolarmi dalla
sua stretta senza riuscirci. «Figlio di…»
«Shhhh» mi sussurra nell’orecchio. «Avevi
detto di fidarti di me, ricordi?» Sì, mi ricordo e adesso mi vergogno da
morire. Credevo sarebbe stato il segreto da portare nella tomba e invece… Mi
pizzicano gli occhi, sto per piangere e non voglio che lo sappia. Mi sento
umiliata e tradita. Forse sto esagerando, ma come faremo a crearci un futuro
sapendo che mi sono comportata come una poco di buono? Non voglio perderlo
eppure non so se sarò in grado di guardarlo ancora in faccia dopo questo, se
avrò il coraggio di unire i sentimenti alla sensualità che mi ha donato.
«Mi hai ingannata»
sussurrò ancora «e mi vergogno da morire.» Mi forza a voltarmi tra le sue
braccia, ma tengo lo sguardo basso. Non voglio che veda i miei occhi carichi di
lacrime. Vergogna e risentimento vi albergano in questo momento e temo di
perdere tutto.
«Ti ho dato una
scelta, Bella e tu hai scelto noi. Ti amo da sempre. All’inizio eri solo un
desiderio, ma poi ti sei fatta strada nel mio cuore in ogni modo. Non ho mai trovato
il coraggio di fare un passo dalla tua parte prima di quel giorno alla
caffetteria. Mi sono trasformato in uno stalker, ho origliato le tue
conversazioni coi colleghi, ti ho seguito quando facevi compere, persino quando
parlavi al telefono col tuo amico. Ho capito che dentro di te c’era una
sensualità trattenuta che non vedeva l’ora di uscire e ho approfittato della
tua voglia di sperimentare. Sono io quello da biasimare, non tu.»
«Quindi, cosa? Sei un
maniaco? Soffri di sdoppiamento della personalità? Sei una specie di… dottor Jekyll
e mister Hyde?» gli chiedo riprendendo parte della mia baldanza e permettendo
alla rabbia di farsi avanti. Assume la tipica posizione di chi sta valutando le
varie ipotesi, portandosi una mano ad accarezzare il mento e sollevando gli
occhi in alto ci pensa per qualche secondo prima di riportare lo sguardo su di
me e rispondere.
«Credo sia più dottor
Masen e mister Cullen» mi dice modulando
la voce come lui mentre sciabola le
sopracciglia, sfoderando un sorriso diabolico. Non posso fare a meno di
scoppiare a ridere davanti a quella bizzarra esibizione.
«Sei uno psicopatico e
io sono ancora più pazza a prendere in considerazione di avere una relazione
con te» gli dico lasciandomi avvolgere dalle sue braccia. L’aria si fa di nuovo
seria e tesa quando mi scosto appena per guardarlo negli occhi. «E se non
avessi scelto te? Cosa avresti fatto se avessi preferito l’altro? Saresti
sparito nello stesso modo in cui sei apparso? Saresti andato via una notte per
non tornare mai più? Avrei mai saputo che eri tu?»
«Ho giocato la mia
mano e ho vinto, Bella. Non chiedermi di pentirmi per averti amata in tutti i
modi che mi sono trovato a disposizione. Non posso farlo. Se adesso mi dicessi
che non vuoi più vedermi ne morirei, ma accetterei la tua decisione. L’ho fatto
una volta e lo rifarei ancora ma, ti prego, pensaci. Possiamo avere una vita
perfetta insieme. Non smetterei mai di amarti e sappiamo che la nostra intesa
sessuale è fantastica. Non buttare via tutto questo per pudore.»
«Pensi che potremmo
farcela? Credi…»
«Io credo in noi. Se
lo farai anche tu avremo tutto quello che ci occorre per essere felici.» Mi
abbraccia stringendomi forte e mi sussurra: «Ti fidi di me?» E forse dovrei
prenderlo a calci in culo per quello che mi ha combinato, dovrei mandarlo al
diavolo, licenziarmi e cancellarlo dalla mia esistenza. Invece, per la seconda
volta, contro ogni probabilità rispondo semplicemente: «Sì.»


