martedì 17 febbraio 2015

DOTTOR MASEN & MR CULLEN





Non ero mai stata così. Non avevo nemmeno mai pensato di poterlo essere. Sono sempre stata quella semplice e facile da accontentare. Ho avuto la mia parte di divertimento, un numero adeguato di amanti e se attraversavo un periodo di magra ero comunque in grado di provvedere ai miei bisogni. Pensavo fosse sufficiente, credevo di sapere ciò di cui avevo bisogno. Questo, però, era prima di lui.
Forse vi starete chiedendo chi è, se vi parlerò di lui e perché lo chiamo così. Non è un modo di preservare la sua privacy, né di mantenere un alone di mistero intorno a ciò che sto vivendo. È che proprio… non lo so! Non conosco il suo nome, non conosco il suo volto, cosa fa nella vita, se è ricco o povero, bello o brutto. Quello che so per certo è che ha mani grandi e dita lunghe, la pelle morbida, le guance sempre con un filo quasi impalpabile di barba anch’essa morbida al tatto, ciglia lunghe, naso proporzionato al viso squadrato, mascella volitiva, addominali delineati ma non eccessivi, cosce e braccia forti ricoperte da una morbida peluria, una voce bassa e roca che sarebbe sufficiente a farmi avere un orgasmo da sola e un cazzo che gli orgasmi non me li fa solo immaginare. Nella mia mente è bellissimo e perfetto, ma nella realtà non ho la più pallida idea di come possa essere.
Confuse? Posso capirlo. Meglio fare un passo indietro, che dite?
È cominciato tutto qualche mese fa… Ad essere sincera sono tre mesi, sedici giorni, quattro ore e… ventisei minuti, se ho calcolato bene quanto tempo ha passato con me la prima volta, ma volevo fare la sostenuta. Come dicevo, tutto è cominciato circa tre mesi e mezzo fa. Dormivo serena senza un problema al mondo quando ho cominciato a fare un sogno stranissimo o, perlomeno, pensavo fosse un sogno. Ho sentito una voce stupenda parlarmi, era bassa e roca, ipnotica. Mi chiedeva di non aprire gli occhi e, vi giuro, era impossibile non darle retta - alla voce intendo. Ho fatto come richiesto tenendo gli occhi chiusi, cullata dalla voce. Mi parlava all’orecchio trasmettendomi brividi in tutto il corpo, ha continuato così per parecchio tempo finché ho sentito un dito sfiorarmi la guancia. Nel sogno ero sul punto di aprire gli occhi, ma lui mi ha fermato intimandomi di non farlo. E chi sono io per disobbedire? ho pensato, sigillando le palpebre. Era un sogno troppo bello per rischiare di rovinarlo con la mia stupida curiosità. Ha continuato a toccarmi superficialmente senza mai spingersi oltre e nonostante questo avevo il fiato corto e il cuore impazzito. Avvertivo nell’aria un profumo che non mi era nuovo, ma che non riuscivo a collocare nella mia mente. Mi parlava lentamente come se non volesse spaventarmi, ma posso assicurarvi che non lo ero affatto. Chi mai potrebbe temere un uomo che ti sussurra parole incendiarie nell’orecchio, ti accarezza con delicatezza, ti appoggia le labbra sulla tempia lasciando una scia di passione a stento trattenuta sino al lato delle labbra per poi allontanarsi lasciandoti insoddisfatta? Soprattutto: chi mai avrebbe paura di un sogno, per quanto inconsueto? Quando poi ha usato il dorso della mano per sfiorarmi un capezzolo ho creduto di impazzire, ho stretto gli occhi terrorizzata al pensiero di aprirli e far sparire tutto, ma non ho potuto impedirmi di arcuare la schiena per andare incontro a quel tocco.
Una risatina ha accompagnato il mio brusco movimento. In qualunque altra situazione mi sarei arrabbiata per essere stata derisa, avrei sbraitato e forse insultato, ma non in quel momento; ho sentito un gemito e solo dopo mi sono resa conto che quel suono arrivava dalla mia gola.
«Piano, gattina, non avere fretta» mi ha detto con un sussurro. «Per questa volta ci fermiamo così. Se sarai buona potrei decidere di tornare a trovarti.»
«No» ho chiesto in tono lamentoso. «Non lasciarmi adesso.»
«Shhhhh. Tornerò, lo prometto. Tra una settimana da oggi sarò qui e voglio trovarti bendata e… nuda» ha concluso, dandomi un piccolo morso al lobo che mi ha portato vicino all’orgasmo. Un movimento al mio fianco e poi… nient’altro. Nessun rumore, nessun sentore che nella stanza ci fosse qualcuno. Ho aperto un occhio puntandolo sulla sveglia che segnava le 02:27, senza sapere se urlare o mettermi a pancia sotto per riprendere a dormire. Ho ripercorso tutto il sogno nella speranza di finirlo in modo più soddisfacente, ma quando mai si riesce a riprendere un sogno erotico? Al massimo ti può capitare con un incubo. Alla fine ha vinto la stanchezza.
La mattina dopo avevo addosso una tale tensione sessuale dovuta all’assurdo sogno della notte che ho dovuto provvedere da sola a raffreddare i bollenti spiriti.
Nonostante l’attività mattutina sono arrivata in ufficio stressata e svogliata, non che di solito il mio umore sia molto migliore. Lavoro da circa un anno e mezzo per un uomo atroce, non lo sopporto o forse lui non sopporta me, ancora non l’ho capito. Non è che sia male lavorare per lui, è che non ci siamo mai trovati. Io sono un tipo socievole e di norma simpatico, lui è ingessato e non nel senso che nel quotidiano indossa abiti gessati, ma proprio che è di gesso. È sempre rigido come un furetto morto e sono abbastanza convinta che gli abbiano termosaldato un palo su per il culo, non ho trovato altre spiegazioni al suo essere costantemente teso. Quando arrivo la mattina è già chiuso nella sua stanza, quando vado via lo trovo immerso tra le carte e non solleva neanche lo sguardo per salutarmi. Anche il suo aspetto è particolare: i capelli sono sempre incollati alla testa, potrebbe succedere il finimondo che loro starebbero buoni buoni al loro posto, la pelle del viso è piuttosto chiara e perfettamente rasata ogni singola mattina, ma per il resto non saprei. Sono solita notare i particolari delle persone, ma con lui non è successo, forse perché non ha niente da notare. Anzi no, gli occhi. Ha un bel taglio e anche il colore sarebbe piacevole - un bel verde intenso - se non fosse per quell’espressione dura che si porta dietro costantemente e quando non è accigliato sono comunque schermati dagli occhiali da vista o da lettura, ancora non ho capito nemmeno quello. In ogni caso il mio capo è l’ultimo dei miei pensieri. Sinché continua a pagarmi regolarmente non mi importa intrattenere rapporti sociali con lui. All’inizio non la pensavo così quando, appena laureata, ho avuto la botta di culo di entrare alla Masen Inc. pensavo di aver trovato chissà quale miniera d’oro; da semplice impiegata sono passata presto a ricoprire il ruolo di assistente personale del responsabile delle risorse umane, poi del coordinatore dei settori e in fine del giovane figlio del gran capo che aveva deciso di delegare al rampollo gran parte del lavoro perché, a suo dire, “aveva le palle piene di passare il tempo chiuso in ufficio e voleva godersi il tempo a divertirsi con la moglie che era ancora una gran bella figliola” - parole sue. Una bellissima coppia i Masen - Edward e Elizabeth -,non più giovanissimi, ma pronti a godersi la vita fino in fondo. È bastato poco per capire che il figlio non era altrettanto alla mano, ma non avrei mai immaginato che da un uomo che parlava tranquillamente di portare la moglie in viaggio e fotterla senza pietà - sempre parole sue - e una donna che guardava il marito con un desiderio tanto intenso da far arrossire il figlio, potesse venir fuori uno stoccafisso che non sorride mai. Comunque, anche quella mattina mi sono avvicinata alla sua porta, un leggero tocco di nocche prima di aprire, “Buongiorno, dottor Masen” - “Isabella!” è stata la risposta e ho richiuso la porta. Questo è il massimo dell’interazione tra noi. Anzi, oggi si è allargato parecchio, di solito mi chiama Miss Swan. La sera è più o meno lo stesso col giorno che diventa sera oppure, se è in forma strepitosa, con qualcosa tipo “a domani”. Comunichiamo via email. Mi passa i lavori da fare, mi chiede pareri - anche importanti -, mi ringrazia, mi gratifica, sempre attraverso quel cazzo di computer. Ormai ci ho fatto l’abitudine, però penso spesso che svolgere il mio lavoro sarebbe mille volte meglio se non dovessi avere a che fare con lui, se il padre non fosse fuggito a “godersi la moglie” e lavorassi con Edward Senior invece che con Junior. Forse un giorno lascerò questo posto, ma per ora mi sta bene così.
Ho passato la giornata lavorando con una parte del cervello proiettata al sogno. La sera sono uscita con Jacob - un ragazzo che frequentavo in quel periodo - e abbiamo fatto sesso per ore. Quando sono tornata a casa ero ancora eccitata nonostante i diversi orgasmi e quello non era normale.
Per le due notti successive ho continuato a pensare al sogno, addormentandomi sperando che l’uomo misterioso tornasse. Inutile sottolineare che è stata una pia illusione. I giorni sono passati e ho accantonato quel pensiero anche se a malincuore. Ho capito che era passata una settimana durante la notte che il sogno aveva stabilito come scadenza per tornare. Il letto ha cigolato e lui mi ha sussurrato di tenere gli occhi chiusi. I letti affondano lateralmente nei sogni? Forse avrei dovuto avere sentore della realtà, quello era un dettaglio piuttosto rilevante, no? Invece ho sorriso come una stupida sperando che ricominciasse a parlarmi con quel tono eccitante e magari soddisfacesse quella voglia che mi portavo dietro da una settimana, invece ha sospirato scaldandomi la guancia. «Ah, Isabella, Isabella! Cosa devo fare con te?» «Tutto quello che vuoi» gli ho risposto stupidamente.
«Non posso fare quello che voglio se tu non mi ascolti. Sono molto deluso, Isabella. Mi costringi ad andarmene.»
«No!» Ho mosso le mani cercando di toccarlo, ma lui si è spostato lasciandomi ad afferrare l’aria.
«Ti avevo dato un compito semplice, Isabella, ma non mi hai accontentato. Non mi piace essere ignorato quindi adesso andrò via.»
«No» ho ripetuto implorante.
«Sì. Pensavo di tornare tra una settimana, ma hai stravolto i miei piani. Sarò qui tra due giorni e voglio trovarti bendata e nuda. Non deludermi ancora, Isabella o non tornerò più.» Non ha mai smesso di accarezzarmi mentre parlava. Braccia, mani, fianco, viso, pancia e seno - anche se coperti da quello stupidissimo pigiama che ho indossato -, labbra. Come cavolo potevo sapere di essere incappata in un sogno tanto suscettibile? Sarebbe stato semplice far sparire gli abiti e far apparire una benda. Nei sogni succedono cose ben più bizzarre, che cazzo! Comunque, il letto si è mosso ancora, alleggerendosi questa volta, e lui è scomparso come la prima volta.
«Aspetta!» Ho aperto gli occhi trovandomi seduta, ma… niente. Era già andato via e io ero più eccitata che mai. Fanculo! Mi sono praticamente strappata i vestiti di dosso - farlo prima magari? - e mi sono presa cura di me come meglio ho potuto. La mattina dopo ero di pessimo umore e, a quanto ho potuto notare, anche il mio capo. Non che potesse importarmene di meno. Quello era perennemente incazzato. Anche quella sera ho visto Jacob e anche quella sera abbiamo scopato come pazzi, ma quando al terzo orgasmo non ero ancora soddisfatta e ho capito che avrei ottenuto di più da sola, ho creduto meglio troncare.
Due sere dopo, tra il vedere e il non vedere, mi sono spogliata prima di entrare nel letto e ho messo la mascherina per gli occhi - Beh? Non avevo una benda - e ho fatto bene!
«Brava, Isabella. Sono felice di sapere che hai voglia di giocare quanto me.» E ne aveva tanta voglia, per fortuna non solo di giocare. Ha accarezzato ogni centimetro del mio corpo. Ha baciato ogni centimetro del mio corpo. Mi ha parlato dolce e sporco a fasi alterne. Mi ha portato a livelli di eccitazione che non avevo mai provato prima e poi, quando pensavo che sarei morta, ho sentito il rumore della carta di un preservativo un attimo prima che mi scopasse… eccome se mi ha scopato. Sogno un gran cazzo! Nel mio appartamento c’era un uomo. Un uomo in carne e ossa che si era infilato nel mio letto per tre volte, che stava facendo del sesso strepitoso con me. Un uomo del quale non conoscevo il viso, il nome, uno straccio di particolare se non che scopava da dio e non avevo nessuna intenzione di fermarlo. Forse avevo una malattia degenerativa, magari avevo bruciato gli ultimi neuroni buoni lavorando per quella cariatide. Sicuramente mi sarei fatta rinchiudere la mattina dopo, ma in quel momento volevo solo godere di quel corpo possente sopra di me. Non potevo vederlo, ma potevo toccarlo. Sentivo la sua pelle morbida e liscia, ho abbracciato quelle spalle larghe e solide come un muro di mattoni e lui ha fatto lo stesso con me avvolgendomi con le sue braccia forti e, per assurdo, trasmettendomi una sicurezza mai provata prima. Ho baciato il suo petto avvertendo la leggera peluria che lo copriva. Non ho mai amato gli uomini villosi, ma adoro una leggera spruzzata di peli; per intenderci non mi piace quando un uomo si depila da capo a piedi, sono fermamente convinta che quella sia una nostra prerogativa e anche una gran rottura di palle, se è per quello. Ho stretto tra le labbra un capezzolo ricevendone in cambio un gemito strozzato che mi ha esaltato alla follia. E quelle labbra… Santa Cunegonda quelle labbra! Quando poi sono passata alla gola mi sono persa sul pomo che si muoveva sotto il mio assalto.
È rimasto con me per parecchio tempo e prima di andarsene mi ha promesso di tornare dopo quattro giorni. Ho pensato di sbirciare per vedere il suo volto, ma ho accantonato l’idea subito dopo, non aveva senso rovinare una fantasia pazzesca come quella per curiosità. Sarebbe tornato davvero? Aveva avuto ciò che cercava, quindi poteva anche cambiare idea. E io? Desideravo che tornasse? Sì. Era l’unica risposta che riuscivo a darmi al di là della follia della situazione e di quanto dovessi vergognarmi per aver fatto sesso con lui. Era chiaro che mi conosceva bene, poteva essere chiunque: un vicino psicopatico, il postino, il ragazzo che mi consegnava la pizza o un vecchio compagno del liceo. Come aveva fatto a entrare in casa mia? Troppi pensieri mi affollavano la mente quando mi sono lasciata vincere dalla stanchezza, addormentandomi profondamente. La mattina dopo ho fatto un giro per casa controllando ogni accesso ed era tutto chiuso come tutte le mattine. Ho cominciato a vivere in quella casa una settimana dopo essere stata assunta alla Masen, era un vecchio stabile in periferia rimodernato, di proprietà del boss che aveva deciso di concedermi l’uso di uno degli appartamenti che ne erano stati ricavati a prezzo vantaggioso. Non avevo tempo per lambiccarmi il cervello su come lui fosse entrato e uscito. Ero una larva, ma non avevo mai finto d’essere malata e non avrei cominciato quel giorno anche se avrei preferito farmi fare un piercing al clitoride che vedere quella faccia incazzata… invece il dottor Masen non c’era. Non era mai successo prima e non sapevo cosa fare. Poi ho trovato una busta sulla scrivania con tutte le indicazioni per la giornata lavorativa. Meglio così, ero ancora troppo turbata per avere a che fare con lui. Ero terribilmente indecisa se deprimermi per il mio comportamento sconsiderato o esserne esaltata. Avevo fatto una cosa impensabile per me e non riuscivo a pentirmene, anzi non vedevo l’ora che passassero quei quattro giorni e, per non sbagliare, in pausa pranzo sono andata a comprare una benda nera.
Da allora le notti si sono succedute in un’eccitazione crescente. Non saltava mai i nostri appuntamenti notturni e l’attesa andava via via diminuendo come se anche lui fosse impaziente di incontrarmi. Ho smesso di pormi domande, non mi importava da dove entrasse, quale fosse il suo nome, o come potessi permettergli di farmi tutte le cose deliziose che faceva al mio corpo. Mi dispiaceva non poterlo vedere in viso, ma anche in quel caso non avevo insistito per paura che tutto potesse finire. Ero da ricovero.
In una delle nostre notti folli è arrivato come sempre nel silenzio più assoluto, mi ha salutato con la sua voce bassa e eccitante da morire, ha cominciato a baciarmi, a toccarmi, a farmi impazzire e poi mi ha sussurrato: «Ti fidi di me?» La risposta più sensata - l’unica possibile in verità - doveva essere: “no, non so il tuo nome, non so in ce modo entri in casa mia né come conosci tutto di me, non ho mai visto il tuo viso, non c’è una sola ragione al mondo per cui dovrei fidarmi di te”. Invece ho risposto solo: «Sì.» Un semplice che ha spalancato le porte all’esperienza più esaltante della mia vita. Mi ha sollevato le braccia sopra la testa legandole insieme per poi fissare quella che presumo fosse una sciarpa o una cravatta alla testiera del letto. Avrei dovuto sentire il terrore serpeggiarmi tra le vene, forse una parte di me ne era consapevole e il mio corpo si è irrigidito perché lui mi ha detto: «Rilassati, non voglio farti del male.» In effetti se avesse voluto farmene avrebbe avuto più occasioni di quanto mi piaccia ammettere, quindi perché non lasciarlo fare? Mi ha baciato molto più delicatamente di come faceva di solito. Sembrava volesse blandirmi, ma a quel punto la preoccupazione era stata spazzata via dall’aspettativa. Ha fatto scorrere il dorso della mano sulle mie braccia, sul fianco, ovunque ma lontano da dove lo desideravo di più. Ha soffiato sulla mia pelle bollente prima di far scorrere qualcosa di soffice e delicato. Una piuma? È il più classico dei cliché, sarei dovuta scoppiare a ridere e prenderlo in giro, ma come sempre mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni. Con gli occhi bendati e le braccia bloccate ero totalmente in balia del suo volere, dei suoi desideri e dei miei. E lui li ha soddisfatti tutti, anche quelli che non sapevo di avere. Quando mi ha presa, ho arcuato la schiena nel tentativo di fondermi con lui, ansiosa di trovare quella dimensione che non avevo mai provato prima di trovarmelo accanto sul letto. I miei gemiti, quella notte, sono stati incontrollabili. Forse sarebbe arrivato a imbavagliarmi tanto era il rumore che facevo, eppure sembrava apprezzare il mio lasciarmi coinvolgere in quel modo. Quella notte ho raggiunto l’orgasmo più intenso della mia vita e anche lui sembrava molto soddisfatto, stando al fiato corto e al battito furioso del suo cuore quando si è lasciato andare sopra di me. Per la prima volta, quella notte, è andato via dopo che mi ero addormentata.
La mattina dopo ero convinta che non sarei riuscita a fare niente e non mi sono scostata troppo dalla realtà. Ero persa nei ricordi, pensavo a come dovevo essergli apparsa nuda, bendata, legata al letto, alla sua completa mercé. Ripensando a quanto mi aveva fatto godere mi sono eccitata ancora, ho accavallato le gambe stringendole tra loro, creando un delizioso attrito che mi ha fatto scaldare ancora di più. Il dottor Masen, ovviamente, ha scelto proprio quel momento per uscire dal suo ufficio.
«Isabella potrebbe… porca vacca!» Eh, no, miseria! Dovrei essere io a dirlo. Stava sempre chiuso lì dentro, era troppo sperare che lo facesse anche quella mattina? Pur mortificata e senza riuscire a dirigere lo sguardo su di lui, ho sciolto l’intreccio delle mie gambe - riportando giù la gonna che si era sollevata di parecchio -, tentando di darmi una parvenza di professionalità. «Ha bisogno di qualcosa, signore? Posso portarle una tazza di caffè?»
«Caffè?... Bisogno?» Il suo balbettio mi ha costretto a guardarlo in faccia, non aveva mai tentennamenti quando parlava, temevo stesse male. Ricordate quando ho detto di essere solita notare i particolari? Ebbene quella volta ne ho notati parecchi. Per cominciare aveva la faccia in fiamme, il respiro corto, le mani strette e le nocche bianche, le pupille dilatate e senza occhiali ho notato che il bellissimo verde che caratterizza i suoi occhi era quasi scomparso in favore di un colore più cupo, quasi tenebroso. E vi ricordate quando ho detto che è sempre teso? In quel momento, lì, davanti a me, ho potuto notare un particolare piuttosto ingombrante che non era mai stato evidente ed era molto teso. Non mi ha risposto comunque. Ha annaspato per qualche altro secondo per poi tornare nel suo ufficio chiudendosi dentro, senza più uscirne.
Cazzo! Che figura di merda. Tanto valeva abbassarmi le mutandine e masturbarmi davanti a lui.
Il capo non mi ha più cercato per quel giorno. Era ancora barricato dentro quando sono andata a pranzo e c’era ancora quando sono tornata. A fine giornata, imbarazzo o meno, sono andata a salutarlo perché non potevo farne a meno. Ho aperto la porta dopo il solito tocco di nocche e l’ho trovato con lo sguardo perso oltre la finestra, le braccia abbandonate sui braccioli della poltrona e un’unica ciocca di capelli sfuggita al giogo del gel. «Io vado, dottore. Buonasera.» Si è riscosso dai suoi pensieri puntandomi addosso uno sguardo differente dal solito, l’avrei definito smarrito. Ha portato una mano alla fronte rimettendo al suo posto l’unica nota di trasgressione in lui.
«Sì… sì, certo. Buonasera» e si è rigirato verso la finestra. Ho paura. Una paura folle di essermi giocata il posto di lavoro per questa stronzata delle visite notturne. So che ho detto di voler cambiare lavoro o, meglio, datore di lavoro, ma non così. Quando abbandonerò il giovane Masen vorrei che fosse perché ho trovato qualcosa che mi gratifica di più, non perché ero in procinto di darmi piacere nel bel mezzo della giornata lavorativa. Sono tornata a casa sentendomi giù e, anche se avevo appena pensato fosse una stronzata, triste al pensiero che non avrei avuto la visita del mio amante misterioso per alcuni giorni.
Quando lui è tornato da me la volta successiva è stato strabiliante, mi ha presa con foga, come se non riuscisse a saziarsi di me e ho urlato ancora di più. Prima di andarsene mi ha chiesto di non indossare le mutandine per i due giorni successivi, aggiungendo che qualunque pensiero mi fosse passato per la testa non avrei dovuto toccarmi, perché la notte del secondo giorno voleva trovarmi tremante di desiderio dopo aver passato le giornate con la passera all’aria e i pensieri alla deriva. Credete che gli abbia dato retta? Che mi sia torturata per lui pur sapendo che non avrebbe mai saputo se avessi dato corso al suo desiderio o meno? In effetti sì, l’ho fatto, ma non chiedetemi perché. Non ho una spiegazione logica, né pratica. L’ho fatto perché me l’ha chiesto e questo è tutto.
Nel frattempo il mio capo diventava sempre più strano. Quella stessa mattina - quella in cui ero senza mutande per intenderci - è arrivato dopo di me, mi ha guardato appena, ha accennato una specie di saluto e si è barricato dentro il suo studio. Amen, dottor Masen. Quando deciderai di comportarti da persona normale fammelo sapere, magari ti preparo un caffè come qualsiasi altra assistente.
Volete sapere se è valsa la pena di aver passato due lunghissimi giorni senza biancheria e senza alcun sollievo? Sì, assolutamente sì. Quando è arrivato, per prima cosa, mi ha chiesto se avevo esaudito il suo desiderio, poi, senza preavviso si è abbassato su di me leccandomi e portandomi all’orgasmo dopo appena poche passate di quella lingua talentuosa, lasciandomi tremante e spossata. «Ma che brava la mia piccola Isabella» mi ha sussurrato sulle labbra, «meriti un premio per questo» ha continuato, per poi dedicarsi ancora al mio sesso in fiamme, torturandomi lentamente per ore o forse giorni, prima di portarmi di nuovo all’apice del piacere. Non avevo forze, non avevo difese contro di lui, ero in balia dei suoi voleri e non ero in grado di ribellarmi; la cosa più assurda era che non desideravo farlo. Volevo che fosse lui a dirigere il gioco, che fosse lui a dirmi cosa fare e quando farlo e volevo godermi tutto quello che era disposto a darmi finché avesse voluto.
E così è andata per gli ultimi tre mesi, sedici giorni, quattro ore e diversi minuti.   
Ed ora eccomi qui in attesa del prossimo incontro che non sarà oggi perché è sabato e lui non viene mai da me nel fine settimana. Mi rifiuto di pensare che è sposato e quindi passa questi giorni con la sua famiglia, ma potrebbe essere; in quel caso io sarei lo sporco segreto di un uomo schifoso. Preferisco pensare che lavora come barman in un club per pagarsi gli studi universitari e resta lì tutta la notte per racimolare più mance possibile. Sto camminando in una via molto affollata in cerca di un completino intimo da sfoggiare la prossima volta. Non mi ha dato indicazioni precise, solo che devo indossare la benda, quindi posso improvvisare per una volta tanto. È capitato e non mi sembra gli dispiaccia quando mi trova con addosso qualche capo particolare. Questa volta vorrei sorprenderlo, ma non ho ancora visto niente di interessante per ora. Sposto lo sguardo dalle vetrine e vedo qualcosa di molto più affascinante dei manichini. Davanti a me un ragazzo cammina guardando distrattamente le vetrine. Indossa jeans consumati, una maglia nera e delle scarpe da tennis che hanno visto tempo migliori; le mani affondate nelle tasche, le spalle infossate e l’aria non troppo felice. È bellissimo e per alcuni secondi penso di sbagliarmi. Non può essere lui, ma gli occhi che incrociano i miei quando anche lui guarda avanti a sé non possono ingannarmi. «Dottor Masen, è lei?» Stringo gli occhi perché mi sembra ancora troppo strano.
«Oh, Isabella!» Sembra più che imbarazzato. «Anche lei in giro a fare compere?»
«Già» rispondo laconica. Quello è il mio capo? Quella specie di ammasso di muscoli delineati che spingono il tessuto della maglia è lo stesso uomo-gesso che mi paga lo stipendio? E quei capelli? Darei un braccio per poter affondare le dita in quel delizioso ammasso incasinato. Si guarda intorno spostando gli occhi ovunque tranne che su di me, ma quando credo stia cercando un modo per chiudermi una porta in faccia come fa tutti i giorni mi chiede: «Le andrebbe di farmi compagnia per un caffè?» Non so se è un modo per non essere scortese o se gli vada sul serio di bere qualcosa con me, ma questa non voglio proprio perdermela.
«Grazie, mi farebbe piacere.» Entriamo in una caffetteria non lontana, ci sediamo e ordiniamo le nostre bevande. L’inizio è imbarazzante per entrambi, ma dopo le prime domande di rito e totalmente inutili ci lasciamo la tensione alle spalle parlando un po’ di tutto, ridiamo perfino e quando ride lui, cazzo!, è uno spettacolo.
Non so esattamente a che punto - forse quando finito il secondo caffè siamo passati alla birra - abbiamo cominciato a darci del tu. Trovo ancora strano il nostro interagire così spontaneo, non avrei scommesso un centesimo se me l’avessero chiesto. Abbiamo lavorato insieme tutti i giorni da quando ha preso il posto del padre e non ero a conoscenza che gli piacessero, anzi adorasse, i cioccolatini al liquore per esempio o che andasse a correre tutte le mattine prima di arrivare in ufficio o tante altre cose che ha condiviso con me. Un veloce sguardo all’orologio appeso alla parete mi fa sbarrare gli occhi. Siamo seduti a questo tavolo da quasi quattro ore. Quattro ore trascorse col mio capo col quale non avevo mai scambiato più di qualche convenevole. E la cosa più strana è che non abbiamo mai, nemmeno una volta in tutto questo tempo, accennato al lavoro. La mia espressione deve essere eloquente perché anche lui lancia un’occhiata al quadrante che porta al polso e mi guarda spaesato. «Accidenti» esclama. «Già!» rispondo con un sorriso sincero.
«Mi dispiace, non avrei voluto rubarti tutto questo tempo.» È arrossito ed è adorabile.
«Non mi è dispiaciuto, davvero. È stato bello passare il tempo con te e… non credevo fosse possibile.» Il suo rossore si accentua e io mi mordo la lingua. «L’ho detto a voce alta?» Un leggero annuire è tutto ciò che ottengo. «Mi spiace… non volevo dire…»
«Non importa. Non hai detto niente di strano. Non sono la persona più socievole del mondo, ti capisco.» Non è quello che avrei pensato se l’avessi conosciuto solo quel pomeriggio, ma questa volta riesco a tenerlo per me. Comunque è ora di separarci e non ho idea di cosa troverò lunedì a lavoro. Non mi lascia pagare neanche una consumazione e io non protesto, mi piace essere coccolata dagli uomini che frequento. No, aspetta! Noi non usciamo insieme. Ci siamo incontrati e abbiamo passato un pomeriggio a chiacchierare. Tutto qui.
Fuori dalla caffetteria ci guardiamo imbarazzati ed è strano dopo le ore passate in totale relax. Edward - quanto è bello poterlo chiamare così - ha ricominciato a guardarsi intorno saltellando sui piedi.
«Beh, allora io vado. Grazie per la bella serata, Edward. Ci vediamo lunedì.»
«Sì, certo. A lunedì, Isabella» faccio per allontanarmi, ma subito dopo mi afferra il braccio fermandomi. «Isabella, io… non… non voglio tornare a… vorrei che potessimo continuare a comportarci come oggi se… se per te va bene.» Dio! Quant’è carino tutto rosso e insicuro. Non posso fare a meno di sorridere felice.
«Piacerebbe tanto anche a me, Edward. A lunedì.» Mi allontano ancora e questa volta mi lascia andare, ma quando mi volto per un’ultima occhiata è ancora lì fermo a guardarmi. Il resto del week end lo passo distribuendo equamente i pensieri tra il mio amante misterioso e la nuova versione del mio datore di lavoro. Non avrei mai pensato di poterlo trovare affascinante. Senza quei completi seriosi, i capelli incollati alla testa e l’aria sempre imbronciata è delizioso. Un bocconcino di quasi un metro e novanta di muscoli guizzanti.
Domenica dormo poco e male, ma quando entro in ufficio lunedì sono piena di esaltante aspettativa. Mi chiedo come sarà lavorare col “nuovo” Edward. Preparo due tazze di caffè aggiungendo cacao in polvere nella tazza di Edward e mi siedo in attesa del suo arrivo. Il sorriso scompare della mie labbra quando vedo arrivare il solito, ingessato dottor Masen. «Buongiorno, Isabella. Mi dispiace per il ritardo. Uno di quelli è per me?» mi chiede indicando la tazza accanto alla mia. Non so se è più la delusione del passo indietro o la rabbia per aver sperato che le cose sarebbero cambiate in modo radicale ad accompagnare il mio brusco gesto nel passargli il caffè.
«Buongiorno dottor Masen. Ho aggiunto del cacao, spero le vada bene anche la mattina. Ha già pronta l’agenda per oggi?» concludo senza quasi prendere fiato. Allunga la mano per prendere la tazza, ma con quella afferra anche la mia mano stringendola delicatamente.
«È tutto a posto, Isabella? Credevo avessimo… superato… tutta quella storia del… dottor Masen.» Non sta balbettando, è solo insicuro e guardandolo in viso ritrovo, sotto quegli abiti formali e la pettinatura da sfigato, lo stesso, dolce, giovane uomo di sabato pomeriggio e ne sono inaspettatamente felice.
«Sì, lo credevo anche io, ma tu sei così…» non concludo la frase limitandomi a indicarlo.
«È per i miei abiti?» Mi chiede aggrottando la fronte. «Non posso venire a lavorare abbigliato come un teenager, per quanto mi piacerebbe.»
«Oh! Ok. Allora… buongiorno… Edward.» In effetti non ha tutti i torti, anche se non capisco perché debba essere sempre tanto formale. Sorride e i suoi occhi sembrano un prato di primavera. «L’agenda per oggi è pronta. Vieni nel mio ufficio e la vediamo insieme.» Potrei mettermi a ballare sulla scrivania. Questo significa niente più email e buste coi lavori da svolgere, ma contatti diretti e parole e gesti e sorrisi di tanto in tanto. Forse non dovrò trovarmi un nuovo lavoro troppo presto.
Comincia così una collaborazione vera tra noi. Abbiamo un’intesa incredibile, spesso basta uno sguardo per capirci e la cosa mi esalta. Giorno dopo giorno siamo sempre più affiatati, le ore con Edward volano e adesso provo dispiacere quando arriva il venerdì.
Le mie notti sono sempre meno solitarie. Lui viene a trovarmi con più frequenza e i nostri amplessi sono migliori di volta in volta. È come se mi conoscesse sempre un po’ di più, come se sapesse se in quella specifica notte ho bisogno di coccole e che faccia l’amore con me o che sia rude e mi scopi con tutta la forza che ha in corpo. Ultimamente, però, mi sta capitando una cosa inquietante: mentre prima mi godevo le sensazioni che mi dava senza cercare altro, adesso il buio dietro le mie palpebre si riempie dell’immagine di un uomo, un giovane uomo dall’aria timida e le guance rosse. I gemiti che emette lui li “vedo” uscire dalle labbra di Edward, le braccia che mi stringono, il collo che si tende sotto le mie mani quando raggiunge l’orgasmo, ogni particolare lo accosto all’Edward che vive fuori dall’ufficio; lo stesso che da quel sabato pomeriggio mi porta a mangiare alla tavola calda sotto il posto di lavoro, che mi fa ridere con battute e scherzi, che si imbarazza alcune volte e arrossisce altre, lo stesso a cui riesco addirittura a scompigliare i capelli talvolta.
Le giornate con Edward, le notti con lui. È sfiancante, ma non riesco a farne a meno.

Sono passate poche settimane da quando la mia vita lavorativa è cambiata radicalmente. Edward non è ancora arrivato, sta capitando spesso, ma non tarda mai tanto. Solo qualche minuto che segna un cambiamento epocale da quando lo trovavo chiuso in ufficio e dovevo battergli la porta per salutarlo. Adesso è sempre aperta, anche quando è immerso nel lavoro posso sempre vederlo ed è… bello, rassicurante. Gli ho comprato i cioccolatini con la ciliegia e il liquore all’interno, ne va pazzo e fa una faccia… diciamo che mi accompagna spesso nelle mie notti folli.
Arriva trafelato portando due tazze e un sacchetto. So già che dentro c’è almeno una ciambella al miele, per me, perché sa che mi piace. Non è adorabile?
«Sono in ritardo… di nuovo. Scusa, Bella.» Ha cominciato a chiamarmi Bella. Lo adoro. Mi fa impazzire sentire quel diminutivo uscire dalle sue labbra. Mi sto cacciando in un altro guaio temo. Sto tentando di non pensarci, ma ho paura di caderci con tutte le scarpe. Sarebbe troppo scontato: la fedele assistente che si innamora perdutamente del suo datore di lavoro bello, intelligente, ricco e dolce come un pasticcino. Omettendo l’ultima parte e il fatto che sono tutto fuorché ingenua o addirittura vergine, sembrerebbe la trama dei romanzi più in voga al momento.
«Non c’è problema. Sei il capo, puoi permetterti di arrivare quando vuoi.»
«No, non mi piace lasciarti ad aspettarmi, ma volevo prenderti il caffellatte e la ciambella che ti piace e… dimmi che sono quello che penso» mi dice indicando la scatola sulla scrivania. Gliela porgo, liberandogli allo stesso tempo le mani dal cartone con le tazze e il sacchetto. Prende un cioccolatino portandolo alla bocca, chiude gli occhi quando sente il liquore sulla lingua ed emette un suono di goduria che mi arriva dritto a quella parte di cervello responsabile di creare l’eccitazione che a sua volta - bastarda traditrice -, ordina alla mia passera di bagnarsi in modo vergognoso.
«Merda!» Apre gli occhi alla mia esclamazione. Stringo il labbro inferiore tra i denti, imbarazzata da morire. Mi guarda, gli occhi si fanno cupi mentre si avvicina. Io indietreggio, lui avanza fino a bloccarmi contro la scrivania. Posa la scatola sul piano, liberando le mani, sistemandole poi sui miei fianchi.
«Bella…» non dice altro, solo il mio nome. Avvicina le labbra alle mie, lentamente annulla la distanza tra noi. È un’esplosione di sensi. Avverto il leggero sapore di liquore che mi annienta. Ho mai pensato a come sarebbe stato baciarlo? Un’infinità di volte, ogni volta che lui mi bacia. Edward è dolce, è appassionato ma non aggressivo. Trovo strano che le mie fantasie non si discostino tanto dalla realtà. Quando si allontana ha il fiato grosso - e non solo il fiato -, mi guarda con occhi torbidi e si tuffa ancora sulle mie labbra. Sono troppo eccitata per fermarlo, per fargli notare dove siamo e che potrebbe arrivare qualcuno. Forse ci arriva da solo perché abbandona la mia bocca appoggiando la fronte alla mia. «È meglio fermarsi o non rispondo più di me.» Gli accarezzo la guancia rasata di fresco senza riuscire a dire niente. Ci allontaniamo e cominciamo la nostra giornata di lavoro. Che è successo? Cosa siamo adesso? Come cambierà la nostra vita? Queste e altre domande mi riempiono la testa, ma nessuna trova la via per essere formulata.
Il nostro rapporto è cambiato. Lavoriamo sempre tanto, ma intervalliamo momenti di concentrazione assoluta ad altri in cui ci divoriamo a vicenda. Il divano del suo ufficio è diventato il nostro luogo preferito, ci sistemiamo lì e pomiciamo come due adolescenti. Ogni tanto una mano vaga solitaria verso lidi che non vedono l’ora di essere esplorati, ma tutto si limita a questo. Non ha mai fatto cenno di voler oltrepassare quella linea immaginaria, se usciamo a cena e mi riaccompagna a casa, mi lascia sulla soglia dopo avermi fatto visitare le stelle e va via senza chiedere altro. Io torno a casa con una frustrazione assoluta che sfogo con lui. Sono una persona infame. Edward sicuramente si sta trattenendo per rispettare i miei tempi, sarebbe impossibile non notare la notevole erezione che sfoggia ogni volta che ci separiamo; anche lui avrà bisogno di sfogarsi, ma non lo fa - almeno credo - e io mi faccio sbattere senza ritegno da un altro.
Abbiamo deciso di vederci anche sabato. Fuori dall’ufficio, lontano dai posti che frequentiamo di solito, per vedere come va. Passiamo una serata stupenda e quando mi riaccompagna a casa gli chiedo di salire con me. Quando arriviamo mi sento un po’ imbarazzata, ma devo sapere come potrebbe essere tra noi. Non abbiamo mai discusso su come procedere e se esiste qualcosa che vada oltre i baci e la reciproca, indiscutibile attrazione. Anche a casa mia riusciamo ben presto ad accantonare gli indugi e comportarci come sempre e questa volta è il mio divano ad essere testimone del nostro tornare giovani arrapati. Le mani di Edward, al contrario del solito, non si fermano, mi palpa il seno attraverso gli abiti, scende sulle cosce oltrepassando la gonna, sale, mi strizza il sedere e io sono in agonia. Chiudo gli occhi godendo di ogni istante ed è in questo momento che capisco di non poter andare avanti, non prima di aver chiuso un capitolo della mia vita che mi impedisce di dar corso alla storia con Edward. Mi allontano riprendendo fiato. Edward mi guarda smarrito e forse un po’ ferito dal mio atteggiamento contraddittorio.
«Perdonami, io…»
«Non scusarti. Lo capisco se non vuoi.» Ma gli occhi mi dicono tutt’altro.
«Lo voglio, ma devo prima sistemare una questione.»
«Hai delle… questioni
«Solo una. Non sapevo dove saremmo arrivati noi due e non posso tenere un piede in due staffe adesso che so come potrebbe essere. Ho bisogno di tempo per sistemare le cose se vogliamo che questa cosa tra noi funzioni.» Si porta le mie mani alle labbra stampandoci sopra soffici baci che non so se hanno lo scopo di calmare me o la sua eccitazione o sono solo un modo per dirmi che gli sta bene, che mi capisce, che mi appoggia. Magari sta solo cercando le parole più adatte per mandarmi al diavolo. Si alza dal divano portandomi con sé. Si avvia alla porta d’ingresso senza lasciarmi andare. Prima di uscire mi bacia dolce e delicato e si allontana dopo un breve abbraccio. «Prenditi il tempo che ti occorre. Sai dove trovarmi se hai bisogno di me» e se ne va senza dire altro. Mi appoggio alla porta ormai chiusa scivolando fino a trovarmi seduta sul pavimento. È la cosa giusta da fare, lo so, ne sono convinta. Edward è ciò che voglio. Devo solo trovare la forza per recidere il legame che mi avvinghia a lui. E anche questo fine settimana sarà terribilmente lungo.

La giornata in ufficio è stata molto strana. Non è stato come prima di avvicinarmi a Edward, ma nemmeno come negli ultimi tempi. Edward è stato carino e gentile ma sempre senza oltrepassare la soglia della cortesia; non mi ha mai toccato o baciato, non ha fatto battute simpatiche ma non ha chiuso la porta del suo studio. Mi ha lascito libera di procedere coi miei tempi come aveva promesso e adesso sono pronta a confrontarmi con lui. Non posso avere tentennamenti, mi conosce bene e potrei cedere se tentasse di convincermi a cambiare idea; deve essere un taglio netto. Solo così potrò iniziare la mia storia con Edward. Dopo la doccia indosso un pigiama di cotone, metto la benda sugli occhi e mi sdraio sul letto.
Devo essermi assopita mentre lo aspettavo. Non parla, ma so che è qui. «Sei arrivato» affermo sicura.
«» risponde. «C’è qualche problema, Isabella?» Ha notato che non sono nuda, è evidente. Inutile tergiversare, vado subito al punto.
«Questa cosa tra noi deve finire.»
«Perché?» mi domanda con la sua voce roca e sensuale.
«Perché è tutta una fantasia. Una splendida fantasia, ma è solo questo. Ho bisogno di vivere la mia vita nella realtà. Non voglio più aspettare le nostre notti.»
«Cosa è cambiato?»
«Mi sono innamorata» gli rispondo senza indugi. «Non so dove mi porterà questo sentimento, ma voglio provarci. Non voglio risvegliarmi un giorno e capire di aver sprecato l’occasione della mia vita per rincorrere un sogno.»
«Tu ami quello che facciamo.»
«Sì, ma amo di più Edward» lo sento irrigidirsi ma non posso fermarmi adesso che ho cominciato. «Non voglio iniziare una storia con lui sapendo di avere te a notti alterne e se anche lui non dovesse essere interessato non riuscirei comunque a fare sesso con te sapendo di amare un altro.»
«Perché hai messo la benda se non mi vuoi più?»
«Perché non voglio vedere il tuo volto. Sei stato una fantasia meravigliosa e ti porterò per sempre nel cuore, ma non voglio sapere altro.»
«Un tempo lo desideravi.»
«Quel tempo è passato. Ho desiderato di poter andare oltre le nostre notti, ma poi i sogni sono cambiati e vedevo Edward nella mia mente. Voglio tu rimanga un’idea nella mia testa, non posso permettere che un giorno possa incrociare i tuoi occhi tra la gente per strada; non voglio avere la possibilità di rimpiangerti o provare a ritrovarti. Mi dispiace, ma devo almeno provare.» Sento gli occhi pizzicare e la benda inumidirsi. Non piangere, maledizione. È quello che vuoi. Mi sono illusa che tutto filasse liscio, gli avrei parlato onestamente, mi avrebbe ascoltato, capita e sarebbe uscito dalla mia vita per sempre. Niente recriminazioni, niente rimpianti, solo la fine di un sogno bellissimo che, come tutte le fantasie, arrivava al termine. Non avevo fatto il conto di quanto fosse sempre attento a tutto però. Mi si fa più vicino e mi abbraccia scardinando tutte le mie difese. «Perché piangi, Isabella?» mi chiede togliendo una lacrima sfuggita alla protezione della benda. «Se è ciò che desideri perché sei triste.»
«Perché al di là di ogni buonsenso, di ogni logica, di ogni ragionamento possibile, provo per te qualcosa che va oltre il sesso. Anche se non ho mai visto il tuo volto ti conosco, so cosa ti piace di più, cosa ti fa sospirare, quello che ti fa ansimare in quel modo che mi manda fuori di testa e tu… tu mi conosci meglio di quanto mi conosca io stessa. Non ho mai capito come facessi, forse avrei dovuto impormi e sbrogliare tutto questo casino che ho contribuito a creare invece mi sono goduta ogni singolo
momento che ho passato con te. E adesso devo dirti addio.»
«E sei convinta della tua decisione nonostante tutto questo?»
«Sì. Lo so che può sembrare assurdo, ma Edward, lui…»
«Va bene così. Sono entrato nella tua vita senza chiedere il permesso. Non pensavo che me l’avresti consentito, ma non smetterò mai di ringraziare la mia buona stella per questo. Succeda quel che succeda, Isabella, non mi pentirò mai di quello che c’è stato tra noi.»
«Prego di poter trovare la redenzione un giorno, ma… nemmeno io mi pento e non lo farò mai.» Le sue braccia mi avvolgono, mi sembra un dejà vu, ma la sofferenza che sento nel petto non mi permette di analizzare la sensazione. Dopo un leggero bacio sulla tempia si allontana da me andando via.
È la cosa giusta. È la cosa giusta. È la cosa giusta… continuo a ripetermelo, ma non posso impedirmi di chiudermi a riccio e piangere come se avessi perduto l’amore della mia vita. Non tolgo la benda nell’illusione che trattenga le lacrime e soffoco i singhiozzi nel cuscino fino ad addormentarmi, stremata.
Quando mi alzo dal letto ho un aspetto terribile che tento di nascondere col trucco. Arrivo in ufficio presto e, per una volta, non sono dispiaciuta che Edward non sia ancora arrivato. Mi avvicino alla grande vetrata che si affaccia sulla città, vorrei godere della vista che mi ha sempre affascinata, ma la mia mente è bloccata alla notte appena passata. Continuo a ripetermi che ho preso la decisione giusta, che ho fatto bene a non voler conoscere il suo viso e sono davvero convinta che sia vero. Ciò non toglie che sento una gran peso e ho bisogno di Edward per superare questo momento. Vorrei essere più forte, vorrei non pensare che lui mi mancherà. So che sarò felice con Edward, non ho dubbi, lo amo, devo solo prendermi un po’ di tempo.
Edward arriva coi nostri caffè e la mia ciambella al miele, ha sul viso un sorriso meno aperto del solito che scompare nel momento esatto in cui nota il mio aspetto.
«Cos’hai, Bella?»
«Niente» gli rispondo dandogli le spalle. «Ho solo detto addio a una parte di me.» Edward si avvicina e mi cinge in vita facendo aderire il suo corpo al mio. È bellissimo sentirlo, non vedo l’ora di dare seguito al nostro rapporto e scoprire com’è fare l’amore con lui. Non sarà solo sesso, di questo sono certa. Forse non sarà esaltante come con lui, ma sarà amore e questo sarà sufficiente a non farmi rimpiangere ciò che ho abbandonato.
«Ti dispiace di averlo fatto?» Sì, ma era la cosa giusta da fare.
«No» rispondo invece. Sempre standomi dietro comincia a muovere le mani sul mio ventre, lento, senza fretta. È eccitante, maledizione. Sono sempre più convinta di aver preso la decisione migliore e che lui non mi mancherà. Edward saprà darmi ciò di cui ho bisogno. Avvicina le labbra al mio collo facendole scorrere lente e delicate, provocandomi una serie di brividi che raggiungono presto il mio centro. No, non lo rimpiangerò di sicuro.
«Ti ho mai detto che l’appartamento dove vivi è stato ricavato, insieme agli altri, dalla vecchia residenza dei miei avi? Da bambino ci passavo un sacco di tempo. La conosco come le mie tasche. Ti sorprenderebbe sapere quanti segreti nasconde.» Continua a parlare senza mai staccare le labbra dalla mia pelle e si sta eccitando quanto e più di me se posso prendere come indicatore il rigonfiamento che sento premermi sul sedere. «L’appartamento di fianco al tuo è sfitto da parecchio tempo, lo sapevi?»
«Sì» sospiro, appena consapevole delle sue parole e molto più concentrata sull’effetto dei suoi baci.
«Anticamente quelle erano le stanze padronali, quelle riservate al padrone di casa e alla sua amante.» Anticamente? Amante? So che queste parole dovrebbero risvegliare qualcosa in me. Ho letto decine di libri storici, so come funzionavano le cose all’epoca. Il signorotto di turno andava a trovare la sua amante quando ne aveva voglia senza dover rendere conto a nessuno dei suoi movimenti, attraversando passaggi segreti… Oh, cazzo! Cerco di divincolarmi dalla sua stretta senza riuscirci. «Figlio di…»
«Shhhh» mi sussurra nell’orecchio. «Avevi detto di fidarti di me, ricordi?» Sì, mi ricordo e adesso mi vergogno da morire. Credevo sarebbe stato il segreto da portare nella tomba e invece… Mi pizzicano gli occhi, sto per piangere e non voglio che lo sappia. Mi sento umiliata e tradita. Forse sto esagerando, ma come faremo a crearci un futuro sapendo che mi sono comportata come una poco di buono? Non voglio perderlo eppure non so se sarò in grado di guardarlo ancora in faccia dopo questo, se avrò il coraggio di unire i sentimenti alla sensualità che mi ha donato.
«Mi hai ingannata» sussurrò ancora «e mi vergogno da morire.» Mi forza a voltarmi tra le sue braccia, ma tengo lo sguardo basso. Non voglio che veda i miei occhi carichi di lacrime. Vergogna e risentimento vi albergano in questo momento e temo di perdere tutto.
«Ti ho dato una scelta, Bella e tu hai scelto noi. Ti amo da sempre. All’inizio eri solo un desiderio, ma poi ti sei fatta strada nel mio cuore in ogni modo. Non ho mai trovato il coraggio di fare un passo dalla tua parte prima di quel giorno alla caffetteria. Mi sono trasformato in uno stalker, ho origliato le tue conversazioni coi colleghi, ti ho seguito quando facevi compere, persino quando parlavi al telefono col tuo amico. Ho capito che dentro di te c’era una sensualità trattenuta che non vedeva l’ora di uscire e ho approfittato della tua voglia di sperimentare. Sono io quello da biasimare, non tu.»
«Quindi, cosa? Sei un maniaco? Soffri di sdoppiamento della personalità? Sei una specie di… dottor Jekyll e mister Hyde?» gli chiedo riprendendo parte della mia baldanza e permettendo alla rabbia di farsi avanti. Assume la tipica posizione di chi sta valutando le varie ipotesi, portandosi una mano ad accarezzare il mento e sollevando gli occhi in alto ci pensa per qualche secondo prima di riportare lo sguardo su di me e rispondere.
«Credo sia più dottor Masen e mister Cullen» mi dice modulando la voce come lui mentre sciabola le sopracciglia, sfoderando un sorriso diabolico. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere davanti a quella bizzarra esibizione.
«Sei uno psicopatico e io sono ancora più pazza a prendere in considerazione di avere una relazione con te» gli dico lasciandomi avvolgere dalle sue braccia. L’aria si fa di nuovo seria e tesa quando mi scosto appena per guardarlo negli occhi. «E se non avessi scelto te? Cosa avresti fatto se avessi preferito l’altro? Saresti sparito nello stesso modo in cui sei apparso? Saresti andato via una notte per non tornare mai più? Avrei mai saputo che eri tu?»
«Ho giocato la mia mano e ho vinto, Bella. Non chiedermi di pentirmi per averti amata in tutti i modi che mi sono trovato a disposizione. Non posso farlo. Se adesso mi dicessi che non vuoi più vedermi ne morirei, ma accetterei la tua decisione. L’ho fatto una volta e lo rifarei ancora ma, ti prego, pensaci. Possiamo avere una vita perfetta insieme. Non smetterei mai di amarti e sappiamo che la nostra intesa sessuale è fantastica. Non buttare via tutto questo per pudore.»
«Pensi che potremmo farcela? Credi…»

«Io credo in noi. Se lo farai anche tu avremo tutto quello che ci occorre per essere felici.» Mi abbraccia stringendomi forte e mi sussurra: «Ti fidi di me?» E forse dovrei prenderlo a calci in culo per quello che mi ha combinato, dovrei mandarlo al diavolo, licenziarmi e cancellarlo dalla mia esistenza. Invece, per la seconda volta, contro ogni probabilità rispondo semplicemente: «Sì.»           

LA SCIARPA ROSSA





Che mal di testa!
No dico sul serio. Che mal di testa infernale!
Non riesco neanche ad aprire gli occhi per il dolore.
Forse è meglio se me ne sto buona buona, immobile direi,
ancora per un po’.
Ma come ho fatto a ridurmi così?
Siamo stati a cena in quel locale carino e poi a ballare.
Ieri non è stata una gran giornata per me, sarà la primavera
che si avvicina, o che a trent’anni suonati mi sono resa conto
che a parte la carriera non sono riuscita a costruire nessun
vero rapporto sentimentale, mi sentivo giù.
Insomma niente fidanzato, figli, possibilità di famiglia.
Vista così la mia vita è proprio trista e vuota.
La mia amica Alice si era accorta di queste mie inquietudini
ed  ha organizzato una serata fuori.
Così ho passato la sera con altre coppie felici.
Proprio quello che mi ci voleva eh?
A fine serata ero depressa ed ubriaca.
Perché nonostante non mi piacesse bere e lo trovavo
inutile per star meglio, mentre mi crogiolavo nel mio
malumore e gli altri ballavano e si divertivano,
io non avevo altro da fare se non bere.
Ad un certo punto ho capito che era inutile stare lì,
e ho deciso di andare via.
Ho salutato tutti e ho preso un taxi.
Ero così ubriaca che neanche ricordo come
ci sono arrivata a casa.
Comunque il mal di testa è proprio infernale.
Giuro che non berrò mai più in vita mia!
Ma se sto ferma qui, prima o poi passa vero?
Ora che ci penso ho fatto un sogno proprio strano stanotte.
Ho sognato di essere al locale ad aspettare il taxi………….
Accidenti ma quanto ho bevuto, mi gira la testa,
anzi è meglio dire che è il mondo che gira intorno alla mia testa.
Speriamo di riuscire ad arrivare presto a casa.
Ops ho appena investito uno mentre guadagnavo l’uscita.
<<Scusi non volevo, non l’avevo vista.>> e mentre dicevo
così, ho fatto il grave errore di alzare gli occhi su quello
che era a tutti gli effetti il più bell’uomo che abbia mai visto!
<<Nessun problema signorina, sta bene posso aiutarla?>>
<<No, grazie, cerco solo di guadagnare l’uscita ed arrivare a casa>>
<<Serata noiosa anche per te?>> quando eravamo passati al tu?
<<Diciamo di si, e poi ho anche esagerato con l’alcool
e non sono molto abituata.>>
<<Ti accompagno fuori, giusto per fare in modo che qualche
altro poveretto non ti tagli la strada e ne debba subire le
conseguenze, ahahaha>> mmmmm che risata sexi!
<<Ok grazie.>>
Così mi trovai a braccetto con un perfetto sconosciuto
ad essere scortata fuori. E la cosa assurda è che non
mi sentivo a disagio, anzi mi sentivo assurdamente
al sicuro.
Così quando mi guardò e mi diede un leggero bacio
sulle labbra, non mi passò neanche per la mente
di ritrarmi.
E così anche quando arrivò il taxi e lui diede un
indirizzo che non era mio.
E anche quando cominciammo a baciarci sul
sedile dell’auto, anzi direi, limonare duro.
Non mi era mai successa una cosa simile, e non
credevo che mi sarebbe invece piaciuto
comportarmi così.
Tra baci e palpate ci trovammo in una stanza
con la luce soffusa, a quel punto credo
che le mie mutandine si fossero dissolte
dal calore che emanava la mia parte più intima.
Comunque mi sfilò l’abito, la biancheria intima,
e poi mi voltò appoggiandosi su me e facendomi
stendere su di un grosso tavolo di legno
che non avevo notato.
Con la maestria di chi l’aveva fatto altre volte,
mi trovai ammanettata con le braccia alle gambe
opposte del tavolo.
Lo sentii scivolare sensualmente su di me
fino a passare con le sue mani grandi e calde
sulle mie natiche e sulle mie gambe fino al
punto di fermare anche queste alle gambe del tavolo.
Per la prima volta in quella sera mi sentii a
disagio, ma cosa stavo facendo?
Io non conoscevo quest’uomo, avrebbe
anche potuto essere un serial killer!
Come mi era venuta in mente la perversa
idea di seguire uno sconosciuto a casa
sua e di lasciarmi mettere in questa posizione!
E mi avesse uccisa?
Oh mio dio, il suo dito stava stuzzicando
la mia entrata posteriore, ed io non l’ho
mai permesso a nessuno!
Cominciai a dimenarmi agitata, rendendomi
finalmente conto del guaio in cui mi ero cacciata
ed in un attimo mi trovai di nuovo completamente
abbracciata da lui, il suo fiato che mi solleticava il
collo, e la sua voce roca e sensuale parlare al mio
orecchio.
<<Non agitarti Bella, non farò nulla che non ti
faccia piacere o star bene, fidati di me.>>
Ed io contro ogni logica, mi fidai.
Mi fidai della sua voce, dei suoi baci e delle sue carezze.
E lui si accorse di aver vinto la mia resistenza,
perché mi rilassai e lui mi ricompensò
coprendomi li collo e la schiena di baci bagnati,
lunghi e con tanta lingua.
<<Ora Bella ti coprirò gli occhi con questa>> disse
facendomi vedere una lunga striscia di tessuto rosso,
<<renderà tutto più vivido e piacevole>>.
Sbaglio o era la seconda volta che mi chiamava
per nome? Ma io non conoscevo il suo? Non ci
eravamo neanche presentati!
Ma mentre dialogavo con me stessa, mi aveva già
bendata, ed iniziato a fare di me ciò che voleva…………

Accidenti che mal di testa. E che sogno assurdo!
Certo orgasmi così……solo in sogno appunto!
Era ora di alzarmi e porre rimedio al dolore,
mi trascinai in cucina, per mangiare qualcosa e
poter prendere un antidolorifico e rimasi gelata
sulla soglia.
Sul tavolo c’era una sciarpa rossa e un
Biglietto con scritto:

“ Sei stata fantastica stanotte, non vedo
l’ora di rivederti.
                                      E.C.”



GIVE YOU WHAT YOU LIKE





Bella's Pov.

“Emmet è un vero porco. A volte mi stupisco di essere la sua ragazza”.

Entrò in casa sbattendo violentemente la porta, buttò la borsa da qualche parte a terra mentre una lacrima le rigò il volto.
Distolsi lo sguardo dal libro di economia e mi girai verso Rosalie. Non era la prima volta che tornava a casa arrabbiata a causa del suo ragazzo, ma questa volta sembrava più nera del solito; Emmet doveva averla combinata grossa e conoscendo, le aveva sicuramente fatto un'altra delle sue proposte perverse.
Cercai di non ridere schiarendomi la voce, tuttavia Rosalie se ne accorse e mi lanciò una leggera occhiataccia.

“Non c'è niente da ridere, anzi, vorrei vedere te al mio posto” borbottò irritata, sbattendo più volte le ciglia.

La sentii sospirare e sbuffare nello stesso momento.

Mi dispiaceva vederla così sofferente, sapevo quanto lei tenesse al loro rapporto, ma al tempo stesso ero curiosa di sapere cosa aveva combinato. Lui era solito farle proposte sessuali un po' strane, alle volte molto perverse oserei dire e Rosalie non ne poteva più. Per lei era da porci pensare certe cose e in molte occasioni mi aveva confidato, che se avesse continuato per questa strada, lo avrebbe mollato in tronco.

“Che ha combinato?” chiesi curiosa, ammorbidendomi le labbra.

Un'altra lacrima le scivolò sul volto, segno che Emmet aveva davvero superato il limite.

“Il signorino si è messo in testa che faccia sesso con un suo amico e addirittura vuole riprendere il tutto con una videocamera. Ti rendi conto che schifo?”

Pensaci Bella. Tu e Jacob che vi riprendete mentre fate l'amore e magari altre porcherie e dopo vi guardate la videocassetta. Sarebbe eccitante al massimo non trovi? Pensai maliziosamente, iniziando a fantasticare con la mente.

Già ci vedevo nudi dentro al letto mentre la videocamera stava registrando.

Questa volta Emmet era entrato nelle mie grazie e avevo deciso che appena Jake, il mio ragazzo, sarebbe rientrato a casa dal lavoro, glielo avrei chiesto.

Ero sicura che al 99% avrebbe detto di no, ma tentare non costava niente e poi  il filmato lo avremmo tenuto solo per noi due.

“Io lo farei, anzi sai che ti dico?” dissi sicura di me, alzandomi in piedi mettendo le mani suoi fianchi.

“No cosa? Sentiamo miss Swan” disse seccata.

“Lo proporrò a Jacob” mentre lo dissi, un brivido di piacere mi oltrepassò tutto il corpo.

“Che cosa? E tu credi che accetterebbe? Bella è una porcheria, ma ti rendi conto di ciò che hai appena detto?” chiese incredula, passandosi una mano tra i capelli.

“Perché scusa? Se al tuo ragazzo piace e in qualche strano modo lo fa eccitare non ci vedo niente di male”.

“Come non ci vedi niente di male?” scosse il capo portando una mano sulla fronte “Quindi se ora Jacob ti chiedesse di scopare con Seth, il suo amico, tu lo faresti senza tanti problemi giusto?”

Pensai a una simile proposta da parte sua e ragionandosi sopra, Rosy non aveva tutti i torti, ma restavo comunque dell'idea che per amore del proprio compagno si era disposti a fare qualunque cosa.

Con questo però non volevo dire che lei non amasse Emmet, solo che la pensava diversamente.

Rosalie era una ragazza all'antica, molto romantica e sognatrice; le piaceva fare le cose per bene. Amava molto essere corteggiata con fiori, le rose rosse in particolare, e impazziva per le cene romantiche e per le lettere d'amore.

Emmet invece, oltre ad avere un lato romantico, era anche un po' perverso.

“Lo vedi che non lo faresti. Emmet è un porco e questa è la volta buona che lo lascio” borbottò sempre più infastidita.

“Chi ti ha detto che non lo farei?!?! Forse lo pensi tu”.

“Ma fammi il favore Bella”.

“Guarda che non sto scherzando. Se vuoi ci vado io dal suo amico”.

Fummo entrambe colpite dalla mia affermazione, io in primis e ci mancò poco che Rosalie non si strozzò.

Nella stanza calò il silenzio più totale. Eravamo entrambe imbarazzate, io non sapevo più che dire. Ero meravigliata di me stessa. Sarei davvero stata capace di fare una cosa del genere? All'improvviso venni colta da un brivido di freddo che si trasformò in un brivido di caldo, poi una scossa elettrica fortissima mi oltrepassò tutto il corpo.

“Tu cosa? E con Jacob scusa?” domandò curiosa.

“Mica deve sapere tutto quello che faccio, inoltre dubito che se glielo chiedessi accetterebbe. Sai non è molto perverso come il tuo Emmet”.

Rimasi ancora più stupita delle mie risposte. Sembrava che non fossi io a parlare ma un'altra persona.

Mordicchiai il labbro.

Chissà come dev'essere farsi toccare da un ragazzo che non è il tuo fidanzato. Sentire le sue mani sul tuo corpo che lo accarezzano delicatamente, le sue labbra che lo assaporano con la stessa delicatezza e le tue mani che lo sfiorano tutto, le tue labbra che stuzzicano il suo membro duro e caldo per te. Pensai sempre più eccitata, torturando il labbro.

Emmet avrebbe avuto il suo bel filmino e io avrei goduto.

Alla fine ci avremmo guadagnato entrambi, anche Rosalie se vogliamo perché non era necessario dire a Emmet che ci sarei andata io al suo posto. Certo restava il problema dei capelli, ma potevo benissimo tingerli.

“Stai scherzando vero?” domandò spalancando gli occhi.

“No te l'ho detto. Vado io all'appuntamento, tu non devi preoccuparti di nulla” dissi dolcemente, con l'intento di tranquillizzarla.

Ma invece che tranquillizzarsi si agitò sempre di più e iniziò a camminare avanti e indietro per il soggiorno. Non avevo detto niente di male, anzi, la mia era solo una proposta, fattibile tra l'altro perché bastava che mi facessi solamente una tinta bionda.

“E' troppo rischioso, basta guardare il colore dei tuoi capelli” continuò agitando le mani “E poi scusa, ti faresti riprendere?” si fermò un attimo e mi guardo dritta negli occhi.

“Oh signore Rosalie” sbuffai sonoramente “sì mi farei riprendere e per i capelli posso fare una tinta. Piuttosto dimmi chi è il bell'imbusto” le chiesi curiosa, usando un pizzico di malizia.

“Cosa? Vuoi farti bionda? Bella è assurdo, Emmet non ci cascherà mai” disse incredula e poco convinta, riprendendo a girare avanti e indietro per il soggiorno.

“Perché no scusa?!?!” esclami guardandola dritta negli occhi.

“Che Emmet sia scemo lo so benissimo, ma non fino al punto da non riconoscermi e poi... ” la interruppi, bloccandola per un braccio.

Vederla camminare in quel modo mi stava facendo venire mal di testa.

“Rosy andrà tutto bene” continuai sorridendole “Ci serve solo una tinta bionda e un po' di rossetto”.

La sentii sospirare.

“E se Emm..”

“Non succederà, andrà tutto bene”.

“Okay senti diciamo che ci sto, ma sei proprio sicura che tutto filerà liscio?” chiese preoccupata.

“Ti fidi di me?”

“Beh sì.... più o meno” rispose titubante, scuotendo il capo.

“Rosalie” la rimproverai guardandola dritta negli occhi e poi sospirai “Lascia fare a me”.

“E va bene, va bene” disse sospirando.

“Allora va subito a comprare due tinte, una bionda e una castana. Non penserai che voglia rimanere gialla in testa?!?” continuai elettrizzata “Oh sì e porta qui anche l'arriccia capelli, devo farmi qualche boccolo per essere più simile a te”.

“Bella ma sei proprio sicura che funzioni?” domandò preoccupata.

“Vedrai... sarà un gioco da ragazzi e Emmet avrà il suo bel filmato Hard, però che sia ben chiaro: il filmato deve restare a voi due”.

Guai a lui se gli fosse venuto in mente di rivenderlo o darlo a qualche amico.

“Su questo puoi stare tranquilla, anzi, vado subito a dirgli che per me va bene così la smette di rompermi le scatole e poi corro a prenderti la tinta” continuò abbracciandomi forte “Grazie infinite Bella, sei un'amica”.

“Grazie a Emmet per le sue idee” dissi ridendo.

“Ma smettila va” rispose dandomi una leggera pacca sulla spalla.

Scossi il capo e tornai a studiare economia mentre Rosalie se ne andò. Lo sto per fare davvero? Mi meraviglio di me stessa. Chissà com'è il ragazzo con cui farò sesso; magari è ricco, biondo, con tante case oppure è moro, sorriso sempre smagliante e proprietario di una grande azienda. Pensai emozionata, mordicchiandomi il labbro.

Chiusi il libro e accessi la televisione. Ormai avevo la testa da un'altra parte per studiare. Mi sintonizzai sulla rete nazionale e improvvisamente il mio cervello andò in tilt, il telecomando mi cadde a terra mentre la bocca si aprii leggermente e spalancai gli occhi.
Davano il telegiornale, ma più specificamente, stavano intervistando un figo pazzesco.

Mordicchia il labbro pensando che avrei dovuto guardare la tv più spesso.

Sembrava alto, un sorriso da infarto, capelli castani spettinati e due grandi mani che spesso s'intrufolavano tra quei folti capelli. L'osservai con la bava alla bocca, sempre più incuriosita.

D'improvviso venni colta da una fortissima scossa elettrica su tutto il corpo, seguito da un brivido di piacere.

Che diamine mi stava succedendo? Mi chiesi scuotendo più volte il capo. Cercai di staccare lo sguardo da essa, dovevo tornare a studiare, ma non ci riuscii.

Era così figo, eccitante, bello e così sexy, sensuale.... l'avevo detto sexy?

Neanche il suono del campanello fu in grado di distogliermi dalla tv. Mi accorsi solo qualche minuto dopo che avevano suonato e andai di corsa a vedere chi fosse.

“Amore ciao, ma dov'eri finita? Mi stavo preoccupando” disse allarmato, attirandomi a se.

Si chinò per baciarmi e lo lasciai fare. Intrufolai le mani tra i suoi capelli pensando ai capelli di quel gran gnocco della tv, immaginandomi tra le sue braccia.

Jacob cercò di staccarsi, ma ripresi il bacio rendendolo più approfondito mentre con una mano chiusi la porta alle nostre spalle.

Lasciai faticosamente le sue labbra e come aprii gli occhi realizzai che stavo baciando il mio ragazzo e non il figo della televisione. Perché mai dovrei pensare a quel tipo? Non sa neanche della mia esistenza e anche se lo incontrassi, figuriamoci se verrebbe a letto con me. Pensai un po' confusa.

“Oh ehm sì scusa ma stavo studiando economia e non ho sentito il campanello” risposi vaga, evitando di pensare al figo mentre lo feci accomodare in soggiorno.

“Che palle sta economia... comincio a essere geloso sai” disse con un pizzico di malizia.

Mi avvicinai e gli circondai il collo con le braccia.

“Geloso di un libro?”

Le sue mani finirono tra i miei fianchi. Mi strinsero dolcemente.

“Anche, perché no?!?!” soggiunse baciandomi a fior di labbra “Comunque non prendere impegni per questo sabato perché siamo a cena da mia sorella Leah e ci sarà anche Emmet”.

Iniziai ad agitarmi. Che gli dico adesso? Okay calma e respira. Pensai passandomi una mano tra i capelli.

“Non possiamo rimandare a domenica per pranzo?” chiedo vaga.

“Perché? Lo sai che Leah non ama i cambi di programma”.

Perché.... perché.... e dai Bella pensa a qualcosa da dirgli. Pensai entrando nel panico più totale.

“Perché devo aiutare Rosalie a fare una cosa” dissi vaga, frettolosamente.

“Come? Ma non aveva da fare con un amico di Emmet?” domandò confuso.

Passai una mano tra i capelli. Bingo. Avevo proprio combinato un bel disastro.

“No” mi corressi subito dopo, scuotendo il capo “cioè sì ha impegno con amico di Emmet però mi ha chiesto una mano e le ho detto di sì”.

Lo sentii sbuffare e non era affatto un buon segno, anzi, annunciava una bella litigata.

“Che diamine centri tu con l'amico di Emmet? E poi cosa dico a Leah?” disse seccato.

Ed ecco che iniziava con la gelosia.

“Te l'ho detto devo darle una mano e con Leah posso parlarci io, non preoccuparti”.

“Non mi piace che tu stia con quel tipo” disse aggrottando le sopracciglia, facendomi notare il suo cambiamento d'espressione.

“Guarda che ci sarà anche Rosalie e comunque non è niente di quello che immagini. Riguarda un progetto di lavoro e ci saranno solo alcuni suoi colleghi” dissi calma, per tranquillizzarlo.

“Cosa? Alcuni colleghi? Non se ne parla proprio. Tu non vai da nessuna parte” mi impose serio e la cosa un po' m'infastidì.

Chi era lui per impedirmi di uscire con un'amica? Okay non era la verità ma comunque io ero libera di fare quello che più mi piaceva, e se fino a cinque minuti fa avevo pensato che forse Rosalie non aveva poi tutti i torti, ora non avevo più dubbi né ripensamenti.

“E immagino che tu me lo impedirai giusto?” dissi seccata, guardandolo male.

“Sì”.

“Beh sappi che io ci andrò lo stesso. Non m'importa se a te non sta bene” risposi con la stessa serietà.

“Allora anch'io andrò fuori per locali con Emmet” disse freddo, scuotendo le spalle.

“Fai come ti pare e comunque non è la stessa cosa. La nostra è una cena di lavoro, ma se tu preferisci andare a puttane fa pure però poi non venire a bussa alla mia porta” dissi con le lacrime agli occhi.

Mi avevano ferito molto le sue parole, o forse mi sentivo in colpa per quello che invece avrei fatto sabato?

Si avvicinò e cercò di stringermi. Lo lasciai fare poggiando la testa nell'incavo della sua spalla.

“Scusa Bells... a volte vorrei ammazzarmi per quello che dico, è che quando mi prende la gelosia io non ci vedo più” disse sospirando, cercando i miei occhi.

Alzai leggermente lo sguardo e gli sorrisi.

“A me piace che tu sia geloso, però amore devi capire che non faccio niente di male. È solo una stupida cena di lavoro”.

“Va bene tesoro e scusami ancora. Mi perdoni?” chiese dolcemente.

Annuii e mi allungai per baciarlo. Un bacio molto dolce e delicato. Intrufolai le mani tra i suoi capelli mentre le sue finirono sui miei fianchi.

Lasciai le sue morbide labbra quanto sentii di non riuscire più a respirare e tornai a studiare.

Ora che con Jacob avevo chiarito e fatto la pace, non mi restava che prepararmi con l'aiuto di Rosalie e andare al fatidico appuntamento. Chissà chi era il bell'imbusto che avrei dovuto scopare. Magari fosse stato quello della televisione. Ci avrei messo la firma sopra.

“Ah tesoro prima che mi scordi, domenica per pranzo siamo invitati da Emmet e Rosalie. Emmet vuole presentarmi un suo amico e vorrei che venissi con me. Mi ha detto che potrebbe aiutarmi con il lavoro”.

Un brivido di piacere mi oltrepassò il corpo e contemporaneamente fui avvolta da una stranissima sensazione.

Ero arrossita, il cuore mi batteva fortissimo e dentro di me sentivo tanta agitazione. Che fosse proprio il ragazzo che dovevo scoparmi? O magari.... ci pensai sopra qualche istante.

Non poteva essere il ragazzo della televisione.

Gente così ricca, ma soprattutto così figa e sexy, non poteva di sicuro essere amica di Emmet. Che accidenti stavo pensando?

“Hai capito Bells?”

Scossi il capo passandomi una mano tra i capelli.

“Sì certo e digli pure che va bene” mi corressi subito “Anzi glielo dico io stessa visto che tra poco devo vedermi con Rosalie”.

“Come vuoi” continuò sfilandomi di mano il libro di economia “Devi proprio studiare amore” disse malizioso.

“Mhmm in teoria” e così dicendo lo baciai, lasciandomi travolgere dai forti sentimenti che provavo per lui.

Da un bacio finimmo dritti nella mia camera da letto a fare l'amore.

Jacob era sempre molto dolce e passionale durante il rapporto. Ci sapeva fare con me, ma in quel momento, in quel preciso istante, sentire le sue labbra e le sue mani sul mio corpo mi provocavano nessuna eccitazione.

Poi all'improvviso mi tornò in mente, come in un flashback, il figo della televisione e persi completamente i sensi.

Non sembravo neppure più io.

“Mhmm si amore... continua così non smettere.... mhmmm” sussurrai eccitata, tra un bacio e l'altro.

“Ohhh.... sì Bella... mhmhmhm...” rispose con la stessa eccitazione, capovolgendo le posizioni, mettendosi sotto di me.


**********


“Senti ma sei proprio sicura di voler fare questa cosa?” domandò agitata.

Credevo di averla tranquillizzata invece era più agitata di prima, ma non doveva perché io avevo sotto controllo e sarebbe andato tutto bene.

“Rosy” continuai prendendole le mani e guardandola dritta negli occhi “Andrà tutto bene dai”.

La sentii sospirare.

“Okay scusa... dai corro a prendere la tinta” disse sorridendo.

“Non l'hai ancora comprata?” chiesi incredula.

“Ma no è in borsa!” esclamò ridendo, poi si alzò dal divano e andò a prendere la tinta.

“Ne hai comprata anche una scura vero? Non penserai mica che resti bionda platino per sempre”.

“Sì tranquilla Bella. Ho preso tutto il necessario” tornò con la tinta e tutto l'occorrente.

Bene! Adesso non mi restava che diventare bionda, indossare un abito sexy e andare all'appuntamento.

“A proposito, non mi hai ancora detto chi è il bell'imbusto” dissi curiosa.

“Si chiama Edward Cullen e suo padre ha una grossa industria, Emmet mi aveva anche accennato quale ma non ricordo onestamente.... ah e tra qualche mese si sposa”.

Arricciai il naso. Quel nome non mi fu per niente nuovo, solo che non ricordavo dove l'avessi sentito.

“Cullen hai detto?”

“Sì ma non credo che tu lo conosca. A volte non ci credo che sia amico di Emmet”.

“Perché scusa?” chiesi curiosa.

Cullen? Ma dove accidenti l'avevo sentito?

“Beh perché Emmet non è ricco, né tanto meno popolare.... comunque a quanto mi ha detto Emmy tra un mese si sposa”.

“Si sposa però tradisce la sua ragazza a quanto vedo”.

“Vuole un piccolo addio al celibato, Emmet un filmato porno e hanno pensato di unire la cosa. Gli uomini” disse scuotendo il capo e alzando le mani al cielo.

“Ed è bello?” chiesi curiosa, mordicchiandomi il labbro.

“Eccome Bella.... vedessi che fisico... è da urlo” disse euforica.

“Hai una foto? Dai voglio vederlo” risposi con la stessa euforia.

“Purtroppo no, ma se vai su Facebook e scrivi Edward Cullen ti dico io chi è”.

Non ci pensai sopra due volte, presi l'iPad e andai su Facebook. Digitai tremante il suo nome, con il cuore che mi batteva all'impazzata.

Di persone ne uscirono molte, ma una in particolare attirò la mia attenzione.

Era bellissimo, un sorriso da mozzare il fiato. Lo guardai con molta più attenzione. No aspetta... non poteva essere lui

“Allora qual'è di questi?” domandai sempre più curiosa.

“Eccolo” e indicò con il dito proprio chi non avrei mai immaginato.

Oh no, non poteva essere lui. Scossi ripetutamente il capo. Ci doveva essere per forza un'errore.

Iniziai a sudare.

“Bella che ti prende stai bene?” chiese preoccupata.

“Io- io- cred-cre- credo di sì... insomma.... cioè...” dissi sempre più confusa.

“Hai visto che gnocco?”

Avevo visto eccome. Dio mio era davvero il tizio della televisione. Zummai la foto ed era proprio lui. O mio Dio!

“Non posso farlo” farfugliai agitata.

“Cosa? Non vorrai mica ripensarci?”

“No cioè...” la guardai dritta negli occhi “Oggi l'ho visto alla televisione e... beh ecco... non posso scoparmi un tipo del genere, è troppo rispetto a me”.

Seppure fossi una ragazza carina, sicuramente Cullen aveva a che fare con tipe molto più belle e sexy di me.

Non ero all'altezza di lui.

“Che stai dicendo Bella?!? Sei una ragazza bellissima, io dico che impazzirà per te”.

“E se dovesse andarsene appena mi vede?” domandai preoccupata.

“Ma va!!! Che vai a pensare. Vedrai che farai faville”.

Presi un lungo respiro e mi passai una mano tra i capelli.

“Va bene dai fammi questa tinta bionda prima che cambi idea” dissi cercando di rimanere il più calma possibile.

“Grazie Bella” e così dicendo mi abbracciò forte.

“Ehm.. Ro..Rosalie mi stai strozza-ando” dissi tossendo.

“Oh scusa. Dai cominciamo” continuò scuotendo il capo “Ah Emmet mi ha raccontato che è un po' strano a letto”.

Cominciai a preoccuparmi e allo stesso tempo incuriosirmi.

“Strano come?”

“Beh diciamo che gli piace fare certi giochini... con certi oggetti”.

“Non è un maniaco vero?” domandai un po' spaventata.

“Che dici dai! Assolutamente no” disse ridendo.

“Va beh dai comincia prima che cambi idea” dissi sospirando.

“Vedrai, andrà tutto bene”.


**************

Mi guardai allo specchio un paio di volte. Ero la copia esatta di Rosalie, avevamo fatto proprio un bel lavoro.

Abbozzai una risata maliziosa e mi leccai le labbra.

Non stavo più nella pelle, mi sentivo eccitata come non mai al pensiero che fra poche ore mi sarei scopata quel bell'imbusto della televisione.

Chissà come doveva essere dal vivo. Secondo me era ancora più sexy di come si vedeva attraverso lo schermo.

Tuttavia avevo ancora qualche dubbio.

Più che altro temevo di non piacergli, avevo questa convinzione e seppure Rosy fosse riuscita a tranquillizzarmi, c'era ancora una parte di me che si sentiva insicura.

Un'altra cosa che mi spaventava, più che altro che m'incuriosiva, era sapere con precisione a quali giochini alludeva Rosalie.

Ne avevamo parlato anche poco fa, ma lei non ne sapeva niente. Mi aveva detto che Emmet non si era soffermato sui particolari, né tanto meno le aveva spiegato bene nel dettaglio in che cosa consistessero.

“Allora? Sono o non sono la copia esatta di te?” le chiesi entusiasta, facendo la giravolta.

La vidi storcere il naso.

“Mhmmmm.....” disse titubante.

“E dai Rosalie!” esclamai sbuffando.

“Sei perfetta Bella. Vedrai che farai un figurone” rispose entusiasta.

“Speriamo” dissi un po' titubante.

“Ehi non vorrai mica rinunciare proprio adesso?” domandò preoccupata.

“Può darsi...”.

“Come può darsi? Bella ma che ti prende?” mi chiese sempre più preoccupata.

“Scherzavo dai” dissi ridendo.

Tirò un sospiro di sollievo.

“Per poco non prendevo un infarto, comunque.... Hai capito dove devi andare no?”

“Sì al Palace hotel giusto?”

“Esatto e mi raccomando, fa che Emmet non si accorga niente”.

“Sta tranquilla, andrà tutto bene. Tu piuttosto non uscire di casa e non rispondere al telefono okay?”

“Sì okay va bene”.

Salutai nuovamente Rosalie, la quale mi fece un altro grosso in bocca al lupo, poi andai come d'accordo al fatidico appuntamento.

L'hotel Palace era uno dei più lussuosi alberghi di tutta Seattle – cinque stelle lusso – e veniva frequentato solamente da gente molto ricca. Fissai per qualche minuto l'entrata, accidenti era veramente di gran classe. Le maniglie erano in oro e l'aria che si respirava era molto piccante. Sentivo che non avrei dimenticato tanto facilmente la serata.

Faceva freddo fuori, la gente andava e veniva di continuo, ma avevo un po' di timore a entrare. Io non ero ricca, né tanto meno sapevo come si comportava una signorina di quella portata.

Che stavo facendo lì fuori? Edward sicuramente era già arrivato e non potevo farlo aspettare.

Rosy mi aveva spiegato tutto nel dettaglio: da come arrivare all'hotel, alla camera in cui dovevo recarmi.

Ripensandoci però, convenni che era meglio lasciar perdere.

Io non ero all'altezza di entrare in un posto del genere, tanto più di scopare un figo pazzesco come Cullen.

Avrei fatto fiasco e basta.

Peccato che Rosalie pensava che io fossi già a scopare con Cullen e Emmet credeva che fosse Rosalie a farlo.

Non potevo tradire la mia migliore amica.

D'improvviso venni colta da un brivido fortissimo su tutto il corpo, sovrastato da una sexy e calda voce. La riconobbi subito, ma non mi voltai. Avevo troppa paura per girarmi e guardarlo in faccia. Ormai non avevo più scampo.

“Tu devi essere Rosalie.. molto piacere io sono Edward Cullen” mentre continuò il discorso, mi voltai.

Seppure non ne fossi del tutto convinta, non potevo tirarmi indietro. Ci avevo pensato troppo tardi.

“Emmet mi h...”

Deglutì con molta fatica, incapace di staccarmi gli occhi da dosso. Anch'io feci lo stesso.

Edward era bellissimo, ancora più bello di come appariva in televisione. Alto, magro, capelli castoni spettinati e RayBan neri. Un figo da panico. Mordicchiai il labbro spogliando con gli occhi.

Accennò un sorriso malizioso e intuii che era pronto per fare di me la sua unica donna. Un brivido di piacere mi oltrepassò tutto il corpo.

Ti prego Edward portami in camera perché sto impazzendo. Pensai sempre più eccitata.

“Sì sono Rosalie molto piacere, e tu devi essere Edward giusto?” domandai sicura di me, porgendogli la mano mentre continuavo a mangiarlo con gli occhi.

“Eddy per gli amici, comunque....” continuò maliziosamente, avvicinandosi sempre di più a me, afferrandomi per i fianchi e facendo ben aderire il suo corpo al mio “Sì sono Edward” e così dicendo si chinò per baciarmi.

Lo lasciai fare mentre la gente, fuori dall'hotel e/o in passeggiata, ci stava guardando con molto stupore.

Non era il classico bacio dolce, no era più rude, selvaggio e molto passionale.

Mi alzai sulle punte intrecciando le mani tra i suoi morbidi capelli e mi sfuggii un lamento dalle labbra. Ero talmente eccitata che l'avrei preso seduta stante se avessi potuto.

La gente continuava a fissarci ma noi continuavamo a baciarci come se nulla fosse. Il cuore mi batteva fortissimo e a stento riuscivo a reggermi in piedi.

Edward tentò di staccarsi, ma non glielo permisi e approfondii il bacio portando le sue mani sul mio culo.

Volevo che mi toccasse proprio lì, davanti all'hotel.

“Mhmmm si Edward palpami” sussurrai eccitata, tra un bacio e l'altro.

“Ohhhh...” sussultai sempre più eccitata, colta da un forte brivido.

Mi aveva davvero dato una sculacciata?

“Non resisto più Rosalie andiamo in hotel dai” mi supplicò voglioso, staccandosi dalle mie labbra.

Annuii lasciando le labbra a pochi centimetri dalle sue, lui abbozzò un sorriso molto malizioso e mi prese per mano, ma come cercò di muovere un piede lo bloccai e lo baciai nuovamente.

Il bacio di poco fa non mi era bastato. Oh no, io volevo molto di più.

“Mhmm prendimi qui... prendimi Edward” dissi sempre più vogliosa, approfondendo il bacio.

“Ohhh... Ti prego andiamo in camera” implorò in un sussurro, facendomi notare il suo forte desiderio.

Non mi fermai neanche questa volta e continuai a baciarlo facendo aderire bene le mie gambe alle sue, sentendo pulsare la sua patta dei pantaloni. Portai una mano sopra e glielo accarezzai.

Un fremito di piacere uscì poco dopo dalle sue labbra e capii che forse era meglio se andavamo in camera.

“Sì ti prego portami di sopra” dissi eccitata, staccandomi leggermente da lui.
Entrammo in Hotel con molta disinvoltura, e se da fuori sembrava un reggia, dentro era stupendo.

Tutto arredato in stile 800 con rifiniture in oro e argento. Un vero lusso.

“I signori hanno bisogno di una mano?” chiese un receptionist, avvicinandosi a noi.

Abbassai prontamente lo sguardo arrossendo leggermente in volto. Mi sentii un po' in imbarazzo, anche perché nessuno lì dentro immaginava che cosa avremmo fatto in camera.

“Sì la ringrazio. Vorrei avere la chiave della stanza numero 350” rispose educatamente.

“Gliela faccio avere immediatamente” e dopo qualche secondo tornò con la chiave.

“La ringrazio”.

“A lei e buon soggiorno” sorrise e poi andò da un altro cliente.

Rabbrividii di piacere al suono di quelle parole. Altro che buon soggiorno, sarebbe stata una notte di vera passione.

Dentro di me immaginavo le sue mani che mi toccavano e palpavano tutta e le sue labbra che con sensualità esploravano il mio palato, mi baciavano e leccavano ogni centimetro del mio corpo.

“Saliamo?” chiese dolcemente.

Annuii abbozzando un piccolo sorriso e lo seguii. Salite le scale, e giunti nel corridoio, lo bloccai e mi avventai sulle sue labbra spingendolo contro il muro.

Lo sentii fremere.

“Ros.. Rosalie dobbiamo entrare” disse tra un bacio e l'altro, ricordandomi che dovevamo filmare il tutto.

Scossi il capo ripetutamente, sbattendo le ciglia e passai una mano tra i capelli. Che diamine mi stava succedendo? Non potevo essere io. Improvvisamente non mi riconobbi più.

Ero davvero Isabella Marie Swan? La cosa strana, e forse anche un po' pazza, era che mi piaceva.

Sentivo il desiderio scorrere nelle mie vene, la mia fica pulsava maledettamente e tutto quello che volevo era scoparmi Edward Cullen.

Volevo essere la sua schiava personale, la ragazza cattiva che lo aveva fatto arrabbiare e quindi doveva essere punita.

Lasciai con fatica le sue morbidi labbra, sussurrandogli un ti voglio e premendo la sua erezione contro le mie natiche.

Il suo sesso era bello duro, pronto per essere succhiato e leccato dalle mie labbra. L'osservai aprire la porta con le mani tremanti e sudaticce mentre i miei occhi lo stavano spogliando.

Spalancò la porta e lo sguardo cadde subito sul letto. Sopra di esso c'erano diversi oggetti: una frusta, delle manette, due bende, un gel e un vibratore rosa.

In un lampo mi tornarono in mente le parole di Rosalie, ma stranamente non mi spaventai, tutt'altro, mi eccitai ancora di più.

Davanti al letto invece, c'era una videocamera già funzionante. Era sorretta da un cavalletto, doveva solo togliere il copri obiettivo e premere rec. Mi voltai con un sorriso molto malizioso sul volto e gli circondai il collo con le braccia.

“Allora signor Cullen, vogliamo entrare?” domandai maliziosa, perdendomi nei suoi occhi.

“Molto volentieri, signorina... mi sfugge il cognome, può ripetermelo per favore?” chiese confuso, un tantino in imbarazzo.

“Sw.. oh ehm... Hale, signorina Hale” risposi schiarendomi la voce.

Si chinò per baciarmi stringendomi possessivamente i fianchi. Mentre portai le mani tra i suoi morbidi capelli, entrai in stanza e m'incamminai verso il letto. Cercai di spingerlo sopra ma venni bloccata.

“Ferma.. dobbiamo accendere la videocamera” mi ricordò, cercando di non far notare la sua evidente eccitazione e voglia.

La sua riposta mi mise un po' in imbarazzo. Era la prima volta che facevo una cosa del genere. Andò a sistemare la videocamera, prese REC e tornò a occuparsi di me.

Iniziò a spogliarmi lentamente, mi tolse la giacca, che finì a terra e affondò le sue morbide labbra sul mio collo, spostando con una mano i capelli.

Il suo tocco era delicato, leggero e le sue labbra mi baciavano facendo attenzione a non farmi male, ma io volevo proprio il contrario. Edward doveva essere tutto tranne che garbato.

Desideravo che mi strappasse il vestito con forza e che con violenza si insinuasse tra le mie cosce e mi scopasse come un vero porco.

Poteva usare il mio corpo come più gli piaceva, io ero a sua completa disposizione.

Dal collo salì a succhiarmi e mordicchiarmi il lobo dell'orecchio mentre con una mano cercò di slacciarmi il vestito.

Indossavo un abitino nero con corpetto rigido senza spalline e molto scollato, che arrivava a metà coscia, molto aderente e anche molto scollato sulla schiena mentre ai piedi avevo un paio di tacchi a spillo sempre rigorosamente nere.

“Sei bellissima” disse eccitato, spogliandomi con lo sguardo.

Con un colpo secco e deciso mi tirò giù il vestito, poi fece scivolare le sue grandi mani sulle mie tette, che prese ad accarezzare e stuzzicare.

Mi voltai e Lo aiutai a scoprirle entrambe e poi accompagnai la sua bocca fino a sentire la sua saliva calda sui capezzoli e poi giù fino al centro del mio piacere. Ero eccitata come non mai, lo pregai di entrare senza indugiare, di penetrarmi laddove la voglia bagnava le mie cosce che ormai larghe non aspettavano altro.

“Non così in fretta principessa” disse iniziando a spogliarsi.

La giacca finì a terra, seguita poi dalla camicia e dal resto dei vestiti. Lo guardai vogliosa, al tempo stesso incredula. Era tutta roba vera?

Che muscoli, che spalle larghe e forti.... mhmmm..

D'improvviso mi sentii afferrare per la testa, ritrovandomi poi con il suo cazzo nella mia bocca. Era duro, caldo, voglioso di me. Glielo succhiai per bene, massaggiandogli le palle con le mani.

Stava andando tutto secondo i piani, anche meglio se vogliamo perché volevo davvero scoparlo.

Da quando l'avevo visto in televisione avevo iniziato a fantasticare su una nostra ipotetica notte di passione e ora la stavo proprio vivendo. Era tutto come avevo immaginato. Lasciai con fatica il suo cazzo e cominciai a girargli intorno guardandolo con malizia.

“Se pensi di scapparmi ti sbagli” e così dicendo mi afferrò per un polso “Sei arrivata con cinque minuti di ritardo e per questo devi essere punita” disse eccitato.

“Sbagliato” mollai la sua presa “Veramente sei tu quello che sei arrivato in ritardo” lo corressi usando la stessa eccitazione.

“Vuoi contraddirmi forse?” continuò spogliandomi con gli occhi “Ti consiglio di stare attenta ragazzina” mi avvertì serio.

“Non mi fai paura” sussurrai vogliosa, portando le labbra a pochi centimetri dalle sue.

Forse non avrei mai dovuto dirgli quelle parole. Con una mano si sporse ai bordi del letto e prese il vibratore rosa mentre con l'altra mi afferrò con forza il mento.

Finii contro il muro, il vibratore sul clitoride e la sua mano che mi teneva fermo il collo.

Il piacere che stavo provando era indescrivibile, ma non mi bastava. Volevo sentire dolore, scoparlo fin quando la mia fica e il mio culo non m'imploravano di smettere perché troppo esausti.

“Ti piace piccola?” domandò in un sussurro, portando l'altra mano sul mio culo.

Mi diede una grossa sculacciata che mi fece ansimare di piacere, poi c'infilò due dita e cominciai a sentire dolore.

“Aiiii... mhmmm” dissi eccitata, accelerando i movimenti con il bacino.

Era una sensazione strana e al tempo stesso piacevole. Stavo godendo dal piacere che il vibratore rosa mi stava dando, ma sentivo dolore dal buco del sedere.

Un dolore che pian piano si trasformò in un grande e immenso piacere.

“Te l'avevo detto che dovevi stare attenta” disse voglioso, al mio orecchio.

“Te lo ripeto un'altra volta, non mi fai paura Cullen” sussurrai eccitata, sperando di ottenere di più.

“Ah sì?” e senza aggiungere altro mi afferrò entrambi i polsi e mi scaraventò sul letto, girandomi con la pancia in sotto.

“Fammi vedere quello che sai fare” gli sussurrai eccitata, muovendomi un po' in avanti e indietro.

Il suo intento era chiaro. Entrare nella parte più oscura che al tempo mai nessun membro di uomo aveva ancora visitato.

Ma strinsi gli occhi mentre l'eccitazione continuava a salire.

Cominciò ad andare avanti e dietro senza preoccuparsi del dolore che misto a piacere m’immobilizzava al letto e improvvisamente mi sentii puttana e posseduta. Una sensazione meravigliosa.

“Aiiii...mmhmmmm.... non smettere...” dissi sempre più eccitata, aggrappandomi al lenzuolo.

“Mhmm Rosalie... hai culo perfetto” rispose con la stessa eccitazione.

“Frustami, sculacciami forte.. fammi tutto quello che vuoi” lo implorai stringendo il lenzuolo fra le mani e un secondo dopo, ecco arrivarmi la prima sculacciata, seguita da una bella frustrata.

“Sì così dai...” sussurrai mordendomi il labbro.



IL GIORNO DOPO...



“E poi? Come vi siete saluti? Lui che ha fatto?” chiese sempre più curiosa.

Stavamo parlando di questo da quasi un'ora e francamente mi ero un po'  stancata. Mi stava scoppiando la testa.

“Ci siamo scambiati un bacio, lui ha fatto una doccia e io nel frattempo sono andata via”.

Seppure mi fossi molto divertita e Edward avesse soddisfatto a pieno le mie voglie più segrete e nascoste, dopo quel bacio non avevo più alcun motivo per rimanere lì.

“Che cosa? E non l'hai neanche salutato?”

“Ehi... Guarda che ci siamo dati un bacio, ma scusa che dovevo fare?” chiesi sbuffando.

Ci mancava pure che dovessi rimanere in quella stanza d'hotel.

“Forse prendere la videocamera?” continuò sbuffando “Vabbè dirò a Emmet che nella fretta di tornare a casa l'ho lasciata nella stanza. A proposito che numero era?”

“La 350 e comunque non me l'avevi detto” scossi il capo “Dai ora finiscimi di fare sta tinta che bionda non mi ci vedo proprio”.

“Per me invece stai benissimo”.

“Sarà! Ma se Jacob mi vede così m'ammazza”.

“Accidenti amore ma che gli hai fatto a Cullen?!?!” esclamò incredulo Emmet, entrando in casa.

Infilai rapidamente un asciugamano in testa e presi un bel respiro. Se mi avesse visto bionda sarebbe stata la fine.

Rosalie mi guardò storcendo il naso. Io non gli avevo fatto proprio niente.

“Per- perché scusa?” chiese farfugliando, un po' imbarazzata.

“Dice che è stato il miglior sesso della sua vita e...”

Edward ha detto che cosa? Addirittura il miglior sesso della sua vita. No è impossibile. Pensai incredula.

“E? Su avanti continua, non tenermi sulle spine” disse curiosa.

“Vorrebbe rivederti. Mi ha anche detto che è disposto a pagarmi una grossa cifra pur di scoparti ancora. Ma ti rendi conto piccola? Saremo milionari e tutto grazie a te”.

“SEI IMPAZZITO FORSE?” gli urlò Rosy furiosa, mollandogli un bel ceffone.

“Ehi che ho detto di male? Scusa riflettici un secondo: siamo quasi al verde, i suoi soldi ci farebbero comodo” disse portando una mano sulla guancia rossa.

“Non ci penso proprio. Scordatelo” disse seccata, incrociando le braccia al petto.

“E dai amore. Infondo che sarà mai un'altra scopata, inoltre non mi pare che tu ti sia annoiata. Edward mi ha raccontato che sei stata molto focosa”.

Beh effettivamente...

Portai una mano davanti alla bocca per non ridere. I due litigarono ancora per un po', poi Rosalie lo sbatté fuori di casa.

“Ti rendi conto? Vuole pure il bis. Che gran porco” disse irritata, sbuffando sonoramente.

“Ehm... guarda che ci sono andata io a letto ma se vuoi.... si insomma.....” abbassai timidamente lo sguardo e sospirai “Posso soddisfare la richiesta di Emmet”.

Farfugliai timidamente quelle parole e in parte mi vergognai. Com'era possibile che la notte precedente non mi fosse bastata?

Pensai al povero Jacob e al semi- tradimento che gli avevo fatto e mi sentii arrivare un pugno dritto nello stomaco. Non potevo fargli questo, ma non potevo neanche far finta che non mi fosse piaciuto perché avrei solamente mentito a me stessa.

Ieri notte era stata stupenda, Edward lo era stato.

Mi ero sentita al centro dell'attenzione e avevo goduto come mai prima d'ora.
“Non se ne parla neanche. Conoscendo Emmet credo finirebbe per stipulare un contratto con quel porco di Cullen ed è l'ultima cosa che voglio” si passò una mano tra i capelli sedendosi sul divano.

“Guarda che per me non ci sono problemi e in alternativa posso provare a parlare con Cullen. Magari lo dissuado” o magari saremmo finiti dentro il letto a fare nuovamente sesso.

Forse non era una buona idea.

“Vuoi dire un incontro senza fare sesso? E tu credi che quel porco ti darebbe ascolto?”

“Di a Emmet che vuoi parlare con Cullen privatamente e che lo aspetterai tra mezzora al bar vicino alla stazione dei tram. Se non viene, allora niente scopata. Vedrai che se gli dici così accetta di sicuro”.

O almeno era quello che speravo.

“Speriamo accetti, altrimenti siamo fregate” disse usando un tono speranzoso.

Prese il cellulare e chiamò subito Emmet, il quale fu molto felice della sua proposta.

Richiamò qualche minuto dopo dicendole che per Edward non c'erano problemi anzi, non aspettava altro che questo. Mi sentii tremare la terra sotto ai piedi al suono di quelle parole.

Scossi il capo ripetutamente.

“Bella sicura che te la senti?”

“Ma si certo te l'ho detto, però mi devi prestare un tuo vestito perché non posso certo uscire in questo stato” dissi indicando la mia tuta.

“Ho già in mente quello che fa per te” disse maliziosa e in cinque minuti fui di nuovo lei.

“Okay vado, speriamo bene” dissi prendendo un lungo respiro.

“Buona fortuna e ti prego cerca di convincerlo”.

“Ci proverò”.


##########


Arrivai puntuale all'appunto, ma non potevo dire lo stesso di Edward. Non era ancora arrivato ed erano ormai più di venti minuti che stavo aspettando.

Pensai che fosse una presa in giro, così mi alzai dalla sedia quando intravidi una folta chioma spettinata venirmi incontro. Calma Bella, stai calma. Pensai.

“Scusa per il ritardo” disse timidamente, abbozzando un sorriso.

“Credevo non venissi più” risposi con la stessa timidezza, arrossendo in viso.

“Non ti avrei mai fatto uno scherzo simile” continuò sistemandosi “Prendi qualcosa? Ti va?”

“Edward ascolta, se sono qui è per dirti che non posso accettare la tua proposta” gli dissi seria, con un velo di tristezza negli occhi.

Lo vidi sgranare gli occhi. Fu sorpreso, era evidente che non si aspettava una cosa del genere. Forse sperava che dopo un bicchiere di vino saremmo andati a scopare da qualche parte.

Presi la mia borsa e silenziosamente mi alzai dal tavolo, ma come mossi un piede mi sentii afferrare dolcemente il polso della mano sinistra.

“Rosalie aspetta”.

Una lacrima scivolò sul mio volto. Mi sentivo incapace di reagire perché una parte di me gli sarebbe saltata addosso anche in quell'istante, ma non potevo.

“Devo andare Edward” e così dicendo tornai a casa di Rosalie.

Lui neanche cercò di fermarmi o forse lo fece, ma io fui più svelta e riuscii a fuggir via.

Chissà cosa sarebbe successo se avessi accettato la sua proposta fin da subito, o se invece fossi rimasta al tavolo. Forse le nostre strade si sarebbero unite in un per sempre. Non ne avevo idea.

Me ne stavo seduta sul terrazzo, a leggere uno dei miei libri preferiti: cinquanta sfumature di grigio.

Era il mio preferito perché in quei protagonisti rivedevo molto me e Edward.

Portai velocemente una mano davanti alla bocca e cercai di fare dei lunghi respiri. Era da una settimana che sentivo un forte senso di vomito, specialmente durante l'ora dei pasti.

Come se l'odore del cibo mi desse fastidio.

In aggiunta, ogni tanto, sempre da una settimana avevo dei forti capogiri al mattino.

Cercai di alzarmi e socchiusi la finestra. Sentire quell'odore di pollo arrosto mi stava facendo salire sempre più vomito.

“Amore ma stai sempre a leggere quel libro, dai vieni a tavola” disse sbuffando.

“Finisco due pagine e arrivo” urlai tornado sul libro.

Mamma mia che gran senso di vomito. Forse il caso che oggi non mangi. Pensai preoccupata.

“Dici sempre così e poi arrivi dopo un'ora” disse sbuffando.

Stavo ancora con Jacob, non avevo il coraggio di lasciarlo. Quel ragazzo aveva già sofferto in passato, a causa della tragica e improvvisa morte dei suoi, seguita poi dal tradimento della sua ex ragazza con il suo migliore amico.

Di Edward invece non ne sapevo niente. Dovevamo andare anche a mangiare con lui e Emmet e Rosalie una sera, ma io avevo finto di stare male e alla fine Rosalie aveva deciso di rimandare.

Per quanto riguarda il filmato invece, era ancora fra le mani di Cullen. Rosalie mi aveva detto che Emmy aveva cercato più volte di farselo dare, ma non c'era riuscito.

Fu il suono del mio cellulare a distogliere lo sguardo dal libro e la mente dai miei mille pensieri.

“Oh Bella meno male hai risposto” disse agitata.

“Che succede?” chiesi preoccupata, facendo dei piccoli respiri.

“Devi andare immediatamente alle industrie Cullen”.

Sentii nuovamente un forte senso di vomito, seguito da un po' di mal di testa. Portai una mano sulla fronte e feci dei piccoli respiri.

La telefonata così improvvisa di Rosalie deve avermi preoccupato e mi sono agitata troppo. Pensai confusa.

“R...” ma non feci in tempo a finire che fui interrotta.

“Ascoltami è importante, ti prego” disse supplicandomi.

“E va bene dimmi” risposi sbuffando, massaggiandomi la fronte.

“Edward vuole togliersi la vita. Sono settimane che sta chiuso nel suo ufficio e ha detto a Emmet che se io, cioè tu, non va da lui.... beh ecco si butterà di sotto”.

Rimasi impietrita e incapace di rispondere. Edward voleva togliersi la vita e tutto per causa mia.

Ora si che dovevo rimanere calma.

“De-devo andare ora. Ci sentiamo dopo Rosalie”.

“Bella asp...”.

Riattaccai senza darle neanche il tempo di finire il discorso e passai una mano tra i capelli.

“Guarda che si fredda il pranzo” mi rammentò Jake, urlando dalla cucina.

Edward vuole togliersi la vita. Io devo fare qualcosa, non posso starmene con le mani in mano. Pensai agitata. Ma non posso neanche fare questo a Jacob. L'ho già tradito una volta.

“Bella tutto bene?” domandò preoccupato, sporgendosi fuori dal balcone.

“I-i-i- io...” mi alzai frettolosamente, passandomi una mano tra i capelli “Devo andare, mi sono appena ricordata che avevo un impegno urgente”.

“Come devi andare!?!? e il nostro pranzo?” esclamò confuso.

“Scusami tanto è che proprio non posso rimandare” farfugliai un po' agitata, precipitandomi a prendere il cappotto.

“Ferma” continuò bloccandomi per un polso “Si può sapere dove accidenti devi andare a quest'ora?” domandò confuso e al tempo stesso irritato.

“Parlando con Rosalie mi è venuto in mente che dovevo sbrigarle una commissione, ma torno presto tu intanto mangia. Io appena arrivo mi scaldo il pranzo” dissi calma, mollando la sua presa.

Afferrai la borsa e corsi alle industrie Cullen. Dovevo fermare Edward.

Sentivo ancora un po' di mal di testa, ma ora la cosa più importante era un'altra.

L'ultima cosa che volevo era saperlo morto e averlo sulla coscienza. Arrivai dopo dieci minuti, avevo trovato traffico, inoltre non sapevo bene come arrivarci.

Il palazzo era enorme da fuori, sembrava alto quasi come le torri gemelle. Ci misi un po' prima di suonare. La tensione e la paura erano alle stelle, inoltre non riuscivo a togliermi dalla mente che fosse già fuori dalla finestra pronto per  gettarsi.

“Andate via, non voglio vedere nessuno” disse serio.

Suonai nuovamente.

“EMMET CAZZO VAI VIA!” urlò furioso.

“So-s-s-sono io... Edward” farfugliai con gli occhi lucidi.

“Ros-ro-” continuò singhiozzando “Rosalie sei tu”.

“Ho bisogno di parlarti, ti prego fammi salire”.

Sperai in una sua risposta positiva. Dovevo fargli capire che era una sciocchezza pensare di buttarsi dal terrazzo, e poi per cosa?

Tra di noi c'era stato solo sesso. Nient'altro.

“Va bene sì, anch'io desidero parlarti”.

Usò un tono di voce molto dolce e capii che sarebbe stata molto dura fargli comprendere che fra di noi non ci poteva essere niente, tuttavia ero fiduciosa che se avesse scavato bene dentro al suo cuore non avrebbe sentito niente per me.

Entrai con la speranza di convincerlo e come varcai quell'enorme porta, mi ricordai che Edward non sapeva niente del piano organizzato da me e Rosalie.

Ormai però ero lì e non potevo tornare indietro.

Andai a piedi per cercare allentare la tensione ma più salivo le scale, più l'ansia saliva. Giunta davanti alla porta del suo ufficio, che riconobbi grazie all'enorme targhetta affitta sopra, mi avvicinai e bussai piano.

Non aprire, non aprire, non aprire, non aprire. Pensai agitata.

Ed ecco le ultime parole famose.

“Rosalie” disse in un leggero sussurro, cercando i miei occhi.

Abbassai celermente lo sguardo, sperando che non riuscisse a guardarmi. Edward si sporse fuori dalla porta e mi afferrò il viso tra le mani.

Perché lo stavo lasciando fare?

“Dobbiamo parlare” dissi cercando di riprendermi da quel gesto.

“Shhhh... sei qui e questo mi basta” sussurrò portando le labbra a pochi centimetri dalle mie.

“No Edward” lo bloccai portando il pollice sulle sue labbra “Ascolta io devo dirti una cosa... noi dobbiamo parlare” dissi timidamente, tenendo lo sguardo basso.

“Rosalie ti supplico non respingermi un'altra volta” sussurrò affievolendo la voce mentre afferrò dolcemente le mie mani.

Sospirai. Non avevo altra scelta se non dirgli tutto. Lasciai le sue mani con fatica e presi un lungo respiro.

“Ti ho mentito Edward” alzai lo sguardo, mi persi nei suoi occhi mentre un'esplosione di emozioni si stavano formando dentro al mio cuore “Io non sono Rosalie Hale, ma una sua carissima amica: Isabella Marie Swan. Abbiamo messo in scen..”

“Non m'importa” disse guardandomi dritto negli occhi.

“Edward non sono Rosalie, se sono venuta a letto con te è stato perché lei me l'ha chiesto” dissi tutto d'un fiato, respirando con fatica.

Stargli così vicino mi provocava uno strano effetto. Non sarei dovuta venire qui. Accidenti a Rosalie e quando mi aveva telefonato. Iniziai a spogliarlo con lo sguardo, ammirandolo dalla testa ai piedi.

Certo che era proprio un gran bel fico. Mordicchiai il labbro ma tornai subito in me. Non era il momento di fare certi pensieri.

“Il nome non conta niente” soggiunse cercando di afferrare nuovamente il mio volto fra le sue mani e lo lasciai fare. Per qualche strano motivo ne sentivo il bisogno “Rosalie, Isabella, potevi chiamarti anche Gina per quanto mi riguarda. Io non riesco più a dimenticarti capisci? Come ci tu sia riuscita io ancora non lo so, ma so che non voglio perderti”.

“Edward” sussurrai abbassando lo sguardo.

“Dammi una possibilità Isabella, fammi entrare nella tua vita. Sono disposto anche ad aspettarti, ma ti prego non respingermi un'altra volta” disse dolcemente, sfiorandomi una guancia.

Non era arrabbiato con me per avergli mentito e poi che diamine stava farfugliando? In quell'istante mi sentii confusa e piena di dubbi. Cosa avrei dovuto fare?

“E il filmato che ne è del filmato?” chiesi senza neanche rendermi conto di ciò che stavo facendo.

“Lo distruggerò e anzi mi sento terribilmente in colpa per aver voluto filmare tutto. Scusami se ti ho costretto a farlo”.

“Tu non centri niente, è stato Emmet a volere una porcata simile” abbozzai una leggera risata e tornai subito seria “Sono stata io stupida a proporre una cosa del genere a Rosalie”.

“Non pensarlo, no. Se tu non l'avessi fatto ora io non proverei ciò che provo e...”

“E a quest'ora saresti con la tua ragazza” continuai allontanandomi da lui “Edward dammi retta, non ha senso tutto questo” lo supplicai sperando in un suo ripensamento, ma non mi diede ascolto e si avvicinò sempre di più a me.

“Sì che ha senso....” rimase in silenzio per qualche minuto “Isabella io credo di esser...”.

“Non dirlo, ti prego” sussurrai con un nodo alla gola, ma cercai di trattenere le lacrime.

“Perché hai così tanta paura?” si avvicinò sempre di più mentre io mi allontanai e finimmo contro il muro.

Le sue mani mi bloccavano, i nostri occhi erano immersi gli uni negli altri e i nostri respiri erano accelerati.

“Io non ho paura” dissi sicura di me, deglutendo con fatica.

“E allora perché se cerco di baciarti ti allontani? Perché mi respingi?”

Era così bello, dolce, sensuale, sexy. Il cuore mi batteva fortissimo e nello stomaco sentivo tutte farfalle.

Perché lo stavo respingendo, se il 99% di me voleva baciarlo?

Riuscii a passare sotto le sue braccia e senza aggiungere altro m'incamminai verso le scale. Non sapevo dirgli, seppure il suo ragionamento fosse logico. Avevo paura di ammettere che baciarlo sarebbe stato come confermare che forse anch'io provavo qualcosa per lui.

Giusto o sbagliato che fosse, non sapevo che altro fare e andar via mi era sembrata la soluzione migliore.

“Se scendi le scale mi butto dal terrazzo” disse serio.

Mi bloccai poggiando un piede sopra un gradino mentre il cuore fece un sussulto e il corridoio diventò improvvisamente silenzioso. Non era un silenzio pacifico, uno di quei silenzi che ti fanno rilassare, no, era terrificante.

Il tempo sembrava essersi fermato, non passava mai.

“E' questo ciò che vuoi?” continuò facendo qualche passo in avanti verso di me, ma non mi voltai e rimasi immobile, con un piede sopra un gradino e l'altro per aria “Vedermi sposato con una donna che non amo, magari fare anche dei figli che finiranno guardarmi come io vedo mio padre. È davvero questo quello che vuoi?”

Era dietro le mie spalle, sentivo il suo fiato alitarmi sul collo. Non avevo paura perché sapevo che Edward non mi avrebbe mai fatto del male, come ero certa che non si sarebbe mai buttato dal terrazzo.

Il punto era: che cosa dovevo fare?

D'improvviso sentii un forte capogiro e caddi all'indietro. Fortuna che avevo Edward alle mie spalle che mi prese al volo.

“Isabella ti prego apri gli occhi, di qualcosa. Come stai?” chiese preoccupato.

Mi alzai dal divano e sorseggiai un po' d'acqua dal bicchiere che aveva Edward in mano.

Stranamente avevo un gran appetito, seguito da una fortissima voglia di gelato al pistacchio. Scossi il capo ripetutamente. L'unica che aveva mai avuto una voglia simile era stata mia madre, ma parlavamo di 24 anni fa, quando lei stava aspettando me.

Svenni nuovamente, lasciando cadere il bicchiere a terra.

È impossibile. Sto sbagliando, ci deve essere sicuramente un grosso errore. Pensai spaventata.

Errore che venne subito corretto dalla mia mente. A volte il desiderio di fare sesso con una persona poteva farti dimenticare la cosa più importante di tutte, cioè quella di usare una protezione; inoltre ricordai che aspettavo da giorni di avere il ciclo.

Avevo la spirare, ma la sicurezza di quell'affare non era molto buona.

“Isabella parlami, di qualcosa” disse agitato, toccandomi la fronte.

“Credo di essere incinta” rivelai spaventata, sentendomi nel panico più totale.

Nuovamente calò il silenzio, quel dannato silenzio che mi dava sui nervi. Era evidente che la mia notizia lo avesse sconvolto parecchio visto che erano passati già cinque secondi e non aveva ancora risposto.

Passò un altro secondo e ancora nessuna risposta. Forse era troppo presto. Forse stava metabolizzando la cosa.
I secondi sembravano interminabili, passò un minuto ma ancora non ricevetti risposta.

Cominciai a preoccuparmi e il cuore accelerò i battiti a mille.

“Ne sei sicura?” balbettò con un filo di voce.

“Non lo so.. ho usato la spirare, però è da una settimana che ho dei forti capogiri e sensi di vomito, inoltre questa voglia di gelato al pistacchio che sento, era la stessa che sentiva mia madre quando aspettava me e ho pensato che potessi essere incita, ma ti ripeto non ne sono del tutto sicura” dissi sempre più spaventata, scossa e agitata.

“Avrei dovuto usare una protezione, anzi avremmo dovuto ricordarcene prima di salire in camera” disse agitato.

“Ormai è successo e comunque non ne sono sicura” cercai di calmare entrambi.

“Beh non doveva succedere” borbottò seccato.

Sentirgli dire quelle parole fu un pugno nello stomaco. “Non doveva succedere” quindi se effettivamente avessi aspettato un figlio neanche l'avrebbe voluto vedere. Era mostruoso.

Portai istintivamente una mano sul mio ventre. Il contatto con esso mi fece esplodere il cuore di gioia.

Forse stavo per diventare mamma. Era la notizia più bella del mondo e più lo accarezzavo, più sentivo il calore di mio figlio/a avvolgermi tutta. Anche se Edward non l'avesse voluto, io avrei comunque portato a termine la gravidanza.

Edward, forse in un momento di ripensamento, cercò un contatto con le mie mani ma lo scansai e mi voltai.

“Perdonami, non so cosa mi sia preso” disse timidamente.

Mi voltai di scatto e lo guardai con rabbia mentre una lacrima scivolò sul mio voltò.

“Invece lo so” continuai alzandomi rapidamente dal divano “E non lascerò che tu gli faccia del male o che mi costringa a...” mi venne un nodo alla gola solo al pensiero di dire quella parola “Ad abortire” e scoppiai nuovamente in lacrime.

“Isabella no” sussurrò dolcemente.

Mi avvolse con le sue braccia facendomi poggiare la testa sulla sua spalla e cominciò ad accarezzarmi molto delicatamente la schiena.

“Qualunque cosa sarà l'affronteremo insieme e se davvero dovessi aspettare un figlio” rimase qualche secondo in silenzio “Noi c'è ne prenderemo cura dandogli tutto l'amore del mondo” e mi lasciò un lieve bacio sulla nuca.

Alzai leggermente lo sguardo.

“Ma prima tu hai detto...” farfugliai confusa.

“Scusami per quelle parole, io mi sentivo scosso e ammetto di esserlo anche adesso” mi sfiorò delicato una guancia e tornai a poggiare la testa nella sua spalla.

“Promettimi solo che qualunque cosa accadrà tu mi starai vicino e che avrai pazienza” dissi sospirando.

“La fretta è una cosa che odio, inoltre, per te sarei disposto ad aspettare anche fino al giorno della mia morte”.

Che cosa ne sarebbe stato di noi lo sapeva solo Dio, ma una cosa era sicura: nessuno ci avrebbe separato. Tornata a casa avrei parlato con Jacob, poi avrei avvisato Rosalie.

Lei era la mia migliore amica e sicuramente mi avrebbe dato una mano.

Dovevo fare un test di gravidanza, sperare che tutto andasse bene, ed essere preparata a tutto.

“Edward io però vorrei chiederti un altro favore” dissi timidamente, alzando leggermente gli occhi.

“Tutto quello che vuoi”.

“Vorrei che buttassi via quel filmato, non voglio che lo vedano altri”.

“Sta tranquilla distruggerò sia il filmato che la memoria SD. Col cavolo che quel porco di Emmet ti vede nuda” disse abbozzando una piccola risata, sovrastata poco dopo dalla mia.
La mia vita stava per cambiare, incinta o meno avevo finalmente trovato la mia dolce metà e niente e nessuno ci avrebbe separato. Eravamo fatti per stare insieme. Dio ci avrebbe sicuramente fatto trovare degli ostacoli lungo il nostro cammino, ma noi li avremmo affrontati e superati a testa alta.

Mi alzai in punta di piedi portando le mani dietro al suo collo e mi allungai per baciarlo.

Un bacio dolce, che esprimeva il forte e travolgente sentimento che provavo per Edward Cullen. Un bacio ricambiato mentre portò le sue morbide mani tra i  miei fianchi.

Si staccò da me quando sentì di non riuscire più a riprendere fiato e mi lasciò un piccolo bacio sulla fronte, stringendomi a se.

“Per sempre” sussurrai chiudendo gli occhi.


“Sì, per sempre”.