martedì 17 febbraio 2015

ARTHUR NOONE






<<…per un'ora sola mi tenne presso il cuore;
ma quell'ora non gli vale una vita intera?>>
(G.D'Annunzio)


Non ebbe nemmeno il tempo di finire di aprire la porta ché questa si spalancò e lui invase tutto l'uscio.
-Dov'è James?- le chiese urlando, gli occhi fuori dalle orbite, senza neppure salutarla.
-N-non c'è. Non era con te e Jasper al fiume?- rispose lei, mentre cercava di slegare il grembiule da cucina. Avrebbe voluto trovare un argomento per farlo restare lì a parlare con lei. Per una volta solo per lei, non per James, non per Jasper.
-Non è più con me, se no non lo cercherei, no?- Era devastato, allucinato, sembrava fuori di sé. -Chi c'è in casa con te?
-Nessuno. Che succede, Edward?- gli chiese, appoggiandogli una mano sul braccio.
-Niente. Che vuoi sapere tu, eh? Vivi tranquilla nella tua bella casa, con la tua bella famiglia, i tuoi adorati…fratelli…- Entrò spingendola in malo modo contro la parete dell'ingresso e calciò dietro di sé la porta che si chiuse con un tonfo.
-Stai…bene, Edward?
-No, in effetti. Qualcosa non va affatto bene, ma forse potremmo rimediare a questa giornata di merda una conclusione migliore, no?- La guardava in un modo lascivo, un modo che non le piaceva, anche se aveva sempre sognato che lui la vedesse come una ragazza, come una donna desiderabile, piuttosto che come la sciocca sorellina dei suoi amici.
-Edward cosa ti turba?
-Mi…"turba"?- rise lui. -Piccola…ma come cazzo vai parlando?- Non rideva più, sembrava invece arrabbiato.
Lei si detestava per non riuscire a dire nulla di sensato e uscirsene con paroloni da idiota nerd, ogni maledetta volta. Odiava  provare quello che provava, sentirsi patetica e ridicola, senza il minimo coraggio di dire quello che aveva in cuore da …forse sempre. Una stupida ragazzina di quindici anni innamorata dell'amico dei fratelli, mentre tutti e tre, tra i venti e i ventun'anni, la degnavano di uno sguardo veloce giusto quando le chiedevano una birra dal frigo o notizie di qualche sua amica.
-Scusa.
-Scuusaa,- la scimmiottò lui, poi scrollò la testa come per ravvedersi e si girò per andarsene.
-No. Aspetta. Edward, io…- gli si avvinghiò alle spalle, per fermarlo, per parlargli, per capire, per farlo restare. Perché tornasse a guardarla, non importava nemmeno come, purché la guardasse.
-Lasciami andare, piccola,- la voce improvvisamente seria e bassa di tono, come quella di suo padre quando cercava di mantenere l'ultimo barlume di calma, in consiglio.-Non voglio far male anche a te.
-Non sono "piccola". Guardami, Edward. Guardami, per favore.- All'improvviso aveva piena facoltà di parola e decisione. Lo spinse appena perché si girasse verso di lei, tenendo il mento in alto e gli occhi socchiusi, e inumidendosi le labbra con la lingua, come aveva visto fare tante volte alle attrici dei film romantici che guardava.
Voleva il suo primo bacio, il bacio del primo amore, ma non fu quello che ottenne.
Edward le si avventò addosso come un toro scatenato, incollandola alla parete dell'ingresso stavolta con tutto il suo corpo alto trenta centimetri più di lei, e schiacciandole le labbra con le proprie. Senza tante cerimonie le cacciò la lingua in bocca a cercare la sua, scontrando denti con denti e succhiando, mordendo, bevendo, come un morto di fame davanti a un banchetto prelibato.
-Edward? Io…- cominciò, quando lui si staccò appena un attimo per prendere fiato.
-Sta' zitta, capito? Sta' solo zitta. Ho mandato tutto a puttane, capisci? Tutto. Non avrò mai più nessuna occasione di ottenere col tempo e l'impegno ciò che voglio, potrò solo rubarlo, da oggi in poi. Quindi comincerò con te.
Le passò un braccio sotto le gambe e un altro dietro le spalle, poi la tirò su.
"Come una sposa", pensò lei beata, appoggiandogli la testa sulla spalla mentre Edward lesto saliva le scale due a due e la portava nella sua cameretta, buttandola su quel suo lettino minuscolo con il copriletto rosa, e facendo cadere tutte le bambole e i peluche che vi erano poggiati sopra.
Lei chiuse gli occhi, felice. Allora lui la vedeva! L'aveva vista! Sapeva che non era più una bambina e che desiderava essere la sua ragazza! Dio, era così felice quel pomeriggio, mentre lui la spogliava tirando e strappando la felpa, la camicetta, i jeans, le scarpe da ginnastica rosa.
Lui invece non capiva nemmeno cosa stesse facendo, nemmeno ci vedeva, quasi, e si fermò appena un attimo quando scorse le mutandine rosa e il reggiseno sottile con stampati piccoli fiorellini, manco a dirlo, rosa. Quanto rosa aveva addosso quella ragazza?
-Non fermarti,- gli disse lei in un soffio, nascondendo il viso contro il braccio di lui, sopraffatta da quello che sapeva stava per accadere e desiderava da tutta la sua vita di poco più che bambina.
-Cosa dici?- chiese lui, ma non era nemmeno una vera domanda, camuffata dai lievi sospiri di lei e dal proprio respiro forte e mozzo. Era bellissima, con il collo arrossato in più punti, forse per l'emozione o forse per lo strofinare della propria barba, con quelle mutandine rosa, con i capezzoli turgidi e rossi che si intravedevano sotto la stoffa sottile. Bellissima e sua, finalmente. Per un'ora forse? Pensò che doveva sbrigarsi. Che James poteva arrivare da un momento all'altro e se fosse successo non voleva che avesse il minimo dubbio su ciò che stava succedendo sul letto di sua sorella. O magari poteva avere maggior fortuna e sarebbe potuto rientrare direttamente il signor sindaco, il caro buon vecchio Charles. Lo avrebbero ammazzato? Pensava di sì. Sperava di sì. Lui lo avrebbe fatto, se avesse trovato il suo miglior amico intento a trombarsi la sorellina piccola, rosa e indifesa. "Miglior amico".
All'improvviso gli arrivò la consapevolezza di quello che era appena successo. Rabbrividì e strinse forte gli occhi che bruciavano. Si spostò da lei il tempo necessario a tirarle via quella roba rosa di dosso e sfilare i propri boxer, senza più guardarla in viso, nemmeno una volta. Non voleva vedere l'espressione certamente disgustata, la stessa che aveva visto sul viso di James. Nè la pena che aveva visto su quello di Jasper. Non voleva guardare niente, per Dio, e si sarebbe cavato gli occhi per non vedere più nulla da quel momento in poi, ma non ci riuscì.
Lei stringeva tra i pugni il maledetto copriletto rosa mentre, in un unico colpo, nel totale disprezzo di sé, le entrava dentro rudemente. Il calore lo invase, lo trafisse, lo distrusse, lo ricompose, lo cullò. Infine lo sciolse, mentre si calmava ed affondava dentro di lei con colpi continui ma più lenti, come il dondolare di un'altalena.
Lei non emise alcun suono, anche se la sentì contrarsi e irrigidirsi, certamente per il dolore. "Povera piccola ignara vittima, anche tu". Diede ancora qualche colpo puntellandosi meglio sulle braccia ai due lati di lei, per venire in fretta e farla finita.
Dopo, nel più profondo silenzio, si alzò da lei, si ripulì con un fazzoletto alla meglio, e si rivestì.
-Edward?- la ragazza provò a chiamarlo timidamente, coprendosi con il lembo del fottuto copriletto rosa.
Lui non rispose e uscì dalla stanza, chiudendo piano la porta dietro di sé. Scese lentamente le scale per dare ancora tempo al destino, poi se ne andò, senza incontrare né James, né Charles, ma solo la propria coscienza che lo avrebbe perseguitato per il resto della vita.
Non sapeva che, mentre si preoccupava tanto di non guardare il viso della sua compagna nemmeno per sbaglio, a lei invece non era sfuggita nemmeno una delle lacrime che lui stava piangendo mentre la scopava duramente. Ella se ne spiegò la ragione in modo romantico, "Gli è di certo dispiaciuto avermi presa così, con forza, senza riuscire a trattenersi… Ma la prossima volta andrà meglio, sai, amore mio? Ora sono tua e tu sei mio". Era raggiante.
Il raggio di sole si spense quando rientrarono suo padre e solo uno dei suoi fratelli. Allora capì la vera ragione delle lacrime di Edward.

Anni dopo

Salì in coperta che era sorto il sole da poco e vide una macchia rotonda e colorata in fondo al pagliolo. Un pallone da bambino? Sorrise finché non se ne rese conto, poi si accigliò. Lo raggiunse in pochi passi, con le lunghe e forti gambe, e si grattò pensieroso la barba che gli copriva metà del viso. Ricordare i suoi giochi di bambino in compagnia di un pallone non lo aiutava ad essere sereno. Soprattutto se ricordava anche con chi era solito giocare.
-Corri, Ed. Cazzo, schioda quel culo mollo!- La voce di Jasper gli risuonava nelle orecchie, un ricordo chiaro e limpido come i raggi di quel sole di settembre che non lo scaldavano granché. Non aveva nulla da scaldare, Edward Cullen. Un cuore scuro e ostile batteva ostinato in un corpo di cui lui non si prendeva affatto cura, che considerava ingombrante e inutile, coperto di tatuaggi e castigato costantemente sotto strati di vestiti, informi e mal assortiti. Fece saettare lo sguardo intorno, scandagliando le barche ormeggiate accanto alla sua, e il molo sul davanti.
Da dove cazzo veniva quel fottuto pallone? "Quale bambino può essere già sveglio a quest'ora per giocare?" pensava.

-Signore? Scusate. Signore?- Un ragazzino magro e lungo come uno stecco comparve davanti alla passerella del cutter, intimorito dall'aspetto burbero del pescatore.
L'uomo portava calcato sulla fronte un beanie di lana grezza che gli lasciava spuntare solo qualche ciocca di capelli rossicci, scoloriti da sole e salsedine. Sopracciglia lunghe e aggrottate lo proteggevano dalla luce e dagli sguardi altrui. Grosso e apparentemente lento nei movimenti, faceva decisamente paura. Tuttavia quegli sollevò il pallone sopra la testa.
-E' tuo?-, chiese al ragazzino, con voce baritonale.
-S-sissignore.
Glielo tirò con un lancio lungo e preciso.
-G-grazie.
-Prego. Ma se lo trovo ancora sul mio cutter te lo squarcio, ragazzino. Intesi?
-S-sissignore.- Il piccolo girò velocemente sui tacchi e quasi volò via per quanto veloce scappò.
Spaventava i ragazzini, grande. Spaventava anche gli adulti, in realtà, e quella considerazione lo fece ridacchiare tra sé.
"E' giusto aver paura di uno come me", pensò, smettendo immediatamente di sorridere.
Scrollò le spalle, guardando il ragazzino che si allontanava caracollando tra le bitte.
"Inciamperà nelle cime e finirà a bagno, quello stupido. E fa anche freddo…" Era sempre più stizzito contro chi lasciava girare un bambino da solo per il porto. "L'avrà una cazzo di madre?"
Lo stomaco gli brontolò forte e gli ricordò che non consumava un pasto decente da giorni. S'intabarrò nel pastrano fino al naso, calcò il berretto ancora un po' e scese dal cutter. "Ci sarà una fottuta locanda, da queste parti?"

Il porto non era poi così inospitale come gli era sembrato arrivando. Freddo sì, poco frequentato anche, proprio come piaceva a lui, ma non inospitale. La locanda era calda e pulita, l'arrosto buono, il vino passabile, e la giovanissima ragazza che l'aveva servito era sorridente e gentile. L'aveva ringraziata con un ghigno storto che voleva essere un sorriso, ma chissà com'era uscito…
-Aliiiiiiiiiice!- Una voce l'aveva richiamata dalla cucina, decisamente adirata, e la ragazza, minuta e dai capelli castano chiari   raccolti sotto un fazzoletto rosso a quadretti, era scappata via come un fulmine. Nell'attimo in cui lei aveva oltrepassato la soglia della cucina, lui aveva potuto scorgere qualcuno intento a riempire un pesante vassoio di bicchieri. Qualcuno conosciuto: il ragazzino che gli aveva calciato il cazzo di pallone fin nei propri preziosissimi e misantropici coglioni.
"Gioca all'alba o di notte chi di giorno lavora", pensò, poi si perse nel piatto, affamato e nervoso come sempre. Non sollevò più lo sguardo finché non ebbe finito, pulito col pane piatto e tegame e ingollato tutto il vino della caraffa. Quindi alzò dal tavolo il suo grosso corpo sazio, sentendosi di umore decisamente migliore di quando era entrato.
Si avviò verso il bancone all'entrata, dove una donna stava asciugando e riponendo bicchieri, girata di spalle.
Parlava con un uomo che sorseggiava qualcosa, mentre le si rivolgeva con la voce già distorta dall'alcol, nonostante l'ora.
"Poveraccio", pensò del tizio, ma cambiò idea quasi immediatamente. La donna si girò, degnando Cullen di un solo sguardo che lo incendiò e lo gelò all'istante, poi si rivolse tagliente allo sconosciuto bevitore.
-Finite di bere e andate a farvi un giro, Black. Qui non siete più il benvenuto.
Tuttavia l'uomo non si spostava, anzi ridacchiava, e il pescatore, distogliendosi a fatica dai pensieri terrificanti che gli occhi di lei avevano  suscitato, prestò attenzione a ciò che quegli andava dicendo già da un po'.
-…Suvvia Isabella,…non di solo pane vive el hombre…e tu sei sempre bella, sempre più bella direi,… un peccato lasciare inutilizzate le tue gioie… E' tempo di smettere il tuo lutto da vedova, no?
-Non vi riguardano né le mie gioie, né il mio lutto, Black.
L'uomo rise di gola, sollevando il capo all'indietro, e, perdendo l'equilibrio, ubriaco com'era, finì per urtare, infelice lui, proprio il pescatore che gli era dietro.
-Guarda dove metti i piedi, imbecille,- gli tuonò addosso Cullen. La scena si fermò nella testa di Isabella, colpita e affondata da quella voce.
-Toh! Hai un…paladino, Isabella. Chi è questo…mendicante?- Farfugliò il poveretto.
-Quello che ti spaccherà tutti i denti se non paghi ciò che hai bevuto e non esci in men che non si dica.
L'altro rise ancora, poi non capì nemmeno cosa fosse successo, mentre volava lungo disteso sul pavimento di legno della locanda.
Alice e il ragazzino del pallone corsero in suo aiuto, sollevandolo e accompagnandolo verso la porta.
-Un momento ragazzi! Black, mi devi almeno cinque monete!- disse la donna. E mentre quello scandagliava la giacca per prendere il portamonete di cuoio, lei si rivolse a chi l'aveva aiutata.
-Grazie, buon uomo, - era senza fiato. -Probabilmente avrei dovuto cacciarlo con la mia spingarda mesi fa, senza aspettare il vostro aiuto.
Il pescatore annuì, tenendo le mani in tasca e la testa bassa.
-Sarebbe meglio la metteste via, la spingarda, invece. E' pericolosa, con bambini in giro…- fece lui, indicando con un solo cenno i due ragazzi.
Isabella scosse la testa lentamente. -Una donna a volte deve essere un uomo, se vuole sopravvivere e far mangiare i suoi figli come Dio comanda.
-Capisco,- disse lui, alzando finalmente il capo, ma invece non capiva affatto certi "comandi". Diavolo porco! Lui era solo al mondo, non meritava di vivere e la sua morte non avrebbe causato dolore né danno ad alcuno, al contrario del marito di… Isabella. Dunque Dio, se c'era, si sbagliava come sempre e di gran lunga. Restò a guardare la donna, annegando in quello sguardo, buio come la notte più nera.
"Non mi ha riconosciuto. Eppure è lei. Cristo, sono troppo confuso…", andava pensando, in stato di quasi ipnosi.
-Sono i vostri figli?- chiese infine.
-Alice, la maggiore, vi ha servito poc'anzi, signor…?
-Noone,- disse d'istinto. No, non lo aveva riconosciuto.
-Signor Noone. Il minore è Emmett, l'uomo di casa, da quando mio marito è… scomparso in mare.
-Deve essere difficile per voi…
-Tirare avanti, dite? Sì, lo è. Ma con l'aiuto di Dio e dei miei figli…
-Oh per carità. Risparmiatemi l'omelia religiosa, vi prego.
-Non siete credente?- chiese lei con la faccia avvilita, come se l'avesse sorpreso ad uccidere a bastonate una cucciolata di foche.
Il pescatore alzò le mani. -No, scusatemi. Non sono credente ma non avevo diritto di parlarvi così. Ditemi cosa vi devo.
Pagò e scappò via quasi come se avesse rubato, sentendosi di nuovo nervoso e affamato.
"Isabella…", non sapeva se ridere o spaccarsi la testa con il martello. No One era il nome della propria barca. Nessuno. Lui era nessuno, non aveva nessuno, non voleva nessuno, e nessuno voleva lui. Isabella era una bella donna, con due occhi dove potevi svuotare i pensieri, e un corpo che sapeva scaldarti, almeno un po'. "Come allora". Se lo ricordava benissimo, Cristo, quel corpo. L'aveva guardata, attentamente, mentre parlava. L'aveva vista, l'aveva ascoltata. Certo erano mesi che non toccava una donna, ma dimenticare Lei, semplicemente non sarebbe mai stato possibile. "Come altre cose di allora…"
Erano già tre anni che viaggiava per mare, solo con la sua barca e i suoi tristi ricordi, con la sua rabbia e la sua inutilità. Niente lo distraeva dal suo proposito di "vita per dispetto".
Non era morto di tifo da bambino, nonostante quella malattia avesse sterminato due terzi del paese dove era nato, compresa la propria sorella. Non era morto quando giocava con i suoi compagni ai giochi più pericolosi. Un brivido gli percorse la schiena mentre di nuovo gli tornò alla memoria la voce di Jasper.
-Più in là, Ed! Tuffati un braccio più in là, o ti schianterai contro quello scoglio!
Si erano tuffati "più in là" tante di quelle volte che avevano perso il conto, poi quel grassone di Eric ci aveva lasciato la pelle. E i grandi avevano proibito loro di tornare alla piccola baia a fare il bagno. Poi, ma intanto Eric era morto, e comunque non bastò a tenerli tutti lontani dai guai. "Stupidi. Credevamo di essere immortali. Eric era stato solo un incidente, certo. Idioti."
Bevevano tutti come spugne, condividendo ragazze, sigari e respiri, confidando l'uno sull'altro, amici per la pelle, fino alla fine del mondo. "Amici un cazzo".
Era arrivato al suo cutter e ci salì agilmente, quando si sentì chiamare.

-Signore? Signore?
Di nuovo quel fottuto ragazzino. Si girò sbuffando, poi vide qualcosa in mano al piccolo Emmett che riconobbe essere il proprio beanie. Quella che provava però non era rabbia o stizza, assomigliava di più alla delusione.
-Avete dimenticato il vostro berretto, signore,- gli disse il ragazzino, arrivato sulla passatoia.
-Già, il mio berretto. Grazie, piccolo.
-Mi chiamo Emmett, signore.
-Lo so, Emmett. Grazie, Emmett.
"Stronzetto", pensò, mentre quello si allontanava dopo avergli allungato il beanie. "Ti sei semplicemente dimenticato il cazzo di berretto, che strane idee ti fai? Non sei un randagio in cerca di una ciotola di cibo". Si prese a calci mentalmente.
-Sei proprio un cane, Ed! - Gli diceva invece Jasper, quando sbagliava nel tiro al bersaglio o perdeva durante gli allenamenti...

Riprese il largo il mattino dopo, all'alba, e prima di partire guardò a lungo a dritta e a manca se scorgesse un pallone colorato o un certo ragazzino che saltellava tra le bitte, ma non li vide.
"Meglio così. Via da questo posto dove i ricordi escono dalla mia testa, si vestono di carne e ossa e mi assalgono più feroci di sempre. Non mi ha riconosciuto, meglio così. Non forzerò la mano del destino".
Tuttavia non fu una scelta felice, né una settimana fruttuosa. Piovve ogni giorno e il mare fu agitato. Non riuscì a dormire che poche ore diurne e gli incubi lo assalirono.

-Stavo solo scherzando, Ed. Era solo una burla. Mi hai ammazzato per questo? Sei proprio un coglione, fratello.
Jasper parla mentre tiene forte le mani premute sullo stomaco, da dove spunta una spada, affondata con un angolo irreale fino all'elsa.
-N-no, io…
-E' tardi fratello per le spiegazioni. Che cazzo me ne faccio più, ora?
La macchia di sangue si allarga sempre di più sulla stoffa della sua camicia e il respiro si fa rantolante.
-Non puoi morire, mi senti? Non puoi morire. Non te lo permetto. Non puoi, capisci? Non puoi. Non. Puoi.
La mia mano sfila la spada tirandola con forza, ma con una risata sguaiata Jasper rovescia gli occhi indietro ed è… Morto.

Si svegliava sempre senza fiato, sudato fino al midollo, e si alzava dalla cuccetta tirando una bestemmia potente.
Non gli capitava di sognare Jasper così spesso da circa dieci anni, ma da quando aveva rivisto Isabella… Possibile che lei non lo avesse riconosciuto?
"Sei cambiato così tanto da allora, Cullen. Si potrebbe dire quasi che…non sei più tu. Ora sei…Noone, ricordi?", si diceva.
Alla fine dovette far ritorno nello stesso porticciolo, spinto dalla necessità di due giorni di sano riposo e di un paio di pasti regolari. Ma anche guidato da due occhi neri e severi, che avevano deciso di forzare la mano del destino.

Quando entrò per la seconda volta nella locanda il sole era alto da un po'.
-Buongiorno,signore,- lo riconobbe Alice. -Vi porto dello stufato? E' quasi pronto…
Lui annuì sorridendo, lieto e preoccupato allo stesso modo di non vedere nessun altro nella piccola sala pulita. Voleva mettere alla prova la sua buona stella. E rivedere Isabella.
Voleva che lei ricordasse.
Voleva che lei lo avesse dimenticato.
Voleva che gli puntasse addosso lo spingardino.
Voleva che lo perdonasse.
Voleva così tante cose che non sapeva quale gli interessasse di più… Forse che lei premesse il grilletto e la facesse finita una volta per tutte. Pum. Fine dei ricordi, fine degli incubi. Fine della sua vita per dispetto.

-Emmett sta bene?- chiese, scacciando i pensieri, mentre la ragazza gli apparecchiava un tavolo vicino alla finestra, da dove avrebbe potuto guardare fuori.
-Sissignore. E' andato a svolgere una commissione per la mamm…
-Alice?- La voce da sirena della donna gli arrivò come vento caldo. -Buongiorno,- disse rivolta a lui e calando di un tono, quando lo scorse. -Non credevo sarebbe tornato… Ho anche chiesto in giro sue notizie, ma nessuno sembra conoscerla…
-Non ho potuto allontanarmi troppo, con questo tempo.
Aveva chiesto di lui? Ora? E perché, se non lo aveva riconosciuto?
-Appunto, con questo maltempo… Alice vieni ad aiutarmi a versare lo stufato per il signor… Noone, giusto?
-Eh? Ah, sì, Noone. Arthur Noone.
"Cretino", si disse "Cretino. Da dove ti viene Arthur? Sembri solo un cretino con un nome da cretino. O da galeotto".
-Una bella porzione, Arthur?
-Facciamo due, abbondanti. Questo odore risveglia i morti!… Scusate, sono inopportuno,- aggiunse, quando si rese conto di aver detto una bestialità.
"Risveglia il cretino che sei, Arthurscemo Noonedelcazzo!" Si diede un altro calcio mentale ma si accorse che lei sorrideva.
-Grazie,- gli disse. -Non è bello cucinare sperando in un paio di avventori e ogni sera riscaldare lo stesso pasto del giorno perché avanzato…- Si bloccò di colpo, accorgendosi di parlare troppo. Sistemò i propri capelli dietro le orecchie e tornò in cucina senza dire nient'altro. Non sarebbe più uscita, ripromise a se stessa.
"L'hai fatta scappare, pezzo di idiota. L'odore che risveglia i morti ha cacciato via Lei", si disse lui, cercando di sistemarsi meglio sulla sedia per fare spazio alla sua stupida erezione che premeva nella stoffa dei pantaloni e lo faceva imbestialire ancora di più.
Non poteva desiderare quella donna, che non si ricordava più di lui e che di certo non meritava di subire nemmeno i suoi ricordi.
Quella notte, raggomitolato e solo come sempre, nella cuccetta del cutter, sognò ancora.

La faccia di Jasper sbianca e il sangue sgorga dal punto in cui ha subito la stoccata.
-Jasper? Cristo, Jasper! Com'è possibile?
Degli altri due amici presenti all'allenamento, solo l'espressione di Tyler è attonita. James è tranquillo, sereno, compiaciuto, perfino. -Che cazzo hai fatto, Edward?
Tyler sviene, mentre sconvolto e incredulo, corro a soccorrere Jasper morente.
James mi è vicino in un lampo. -Mi dispiace, Cullen. Non avevo altra scelta, capisci? Mio fratello aveva tutto il talento, tutta l'intelligenza, tutta l'attenzione. Dovevo farmi spazio, così oggi ho… colto l'attimo. Era da tanto che aspettavo il momento propizio. La rottura della tua spada mi ha offerto l'occasione…- parla come in trance.
-Che cazzo stai dicendo, James?  Come hai potuto… Io, te, tuo fratello, Ty…siamo cresciuti insieme. Sempre insieme, ricordi? Il nostro motto: Tutti per uno, uno per…
Lui ride satanico. -Tutti per me, vuoi dire? Siamo cresciuti, Cullen. La vita sorride agli audaci. Mio fratello è solo stato fortunato a nascere per primo. Eric era troppo stupido per continuare a vivere. Tu troppo illuso e fiducioso. Tyler…guardalo: una femminuccia. Io vinco e porto a casa tutto il montepremi.
Non sono in grado di capire o fare nient'altro che girarmi di spalle al cadavere di Jasper e vomitare tutta la disperazione e il dolore.

Si svegliò di nuovo in un bagno di sudore, cristonando in ogni lingua conosciuta. Ogni maledetta volta agli incubi si sovrapponevano flash di ricordi reali, e facevano ancora più male.
-Non voglio più ricordare nulla! Ho pagato il mio debito con te, Jasper! L'ho pagato, per Dio! E sei morto per mano mia, ma non per colpa mia!- Gridava come un pazzo nella cabina silenziosa.
Aveva pagato per un delitto che non aveva commesso e di cui continuava a sentirsi colpevole, mentre era stato perdonato, anzi, dimenticato era l'espressione giusta, per una colpa di cui si era macchiato davvero e che…avrebbe voluto commettere ancora.
Rise di se stesso e si girò nello scomodo letto per riprendere sonno, ma i ricordi ripresero ad affollargli la mente.

-Non è stata colpa mia, signor commissario.
-Silenzio.
-Dovevamo solo esercitarci. Avevamo spade a punta tonda…
-Infatti il suo amico è chiaramente morto d'infarto.
-La prego, deve credermi. Io non sapevo…
-Risparmi il fiato per il giudice e studi meglio la sua difesa, Cullen. Contro il sindaco Swan non ha nessuna speranza.

Non ci fu difesa possibile. Non lo lasciarono nemmeno parlare e lo condannano. Nessuno gli credette, nemmeno il suo avvocato, nemmeno suo padre. Del resto come poteva? Via per mare per dieci mesi all'anno, che ne sapeva di suo figlio, lui? Non era riuscito a tornare in tempo nemmeno per il funerale della moglie.
Edward Cullen era solo. Solo con la sua colpa e la sua pena. Lo conoscevano tutti così poco che fu facile ritenerlo un "ragazzino strano, asociale, sempre solo", che aveva "approfittato dell'amicizia con i fratelli Swan, così amati e conosciuti", e si era trasformato in un "assassino a sangue freddo".
Si convinse di esserlo lui stesso, sentendo  le proprie mani sporche e caldissime, del sangue dell'amico morto e di quello di lei, che aveva preso con la forza. Meritava di marcire in prigione, visto che si era davvero macchiato di quei delitti e decise che gli atti pesano troppo spesso di più delle intenzioni o degli accadimenti che li hanno causati.
Divenne apatico, silenzioso, distratto. Si sentiva una bestia ammansita con morso e bastone, mentre gli anni trascorrevano, tutti uguali. Nessuno venne mai a trovarlo, nessuno strinse amicizia con lui. Mangiava, dormiva, eseguiva le mansioni che gli affidavano, leggeva, si allenava. Cresceva. Ogni giorno, tutti i giorni, per tredici, lunghissimi anni. Lesse tutto ciò che la biblioteca della prigione conteneva e si istruì in questo modo, non avendo avuto il tempo di farlo prima del  "giorno disgraziato", come lo chiamava lui, e non volendo farlo una volta uscito di prigione. Nel frattempo morì anche suo padre, lasciandolo proprietario della casa di famiglia, casa che non voleva più abitare e famiglia che voleva solo dimenticare. Così, quando ebbe recuperato la libertà, vendette tutto, comprò un cutter e iniziò la sua attività da eremita: sparire, vivere per dispetto, domare l'oceano.
Credeva di esserci quasi riuscito, invece era arrivato in un porto straniero e sconosciuto e aveva trovato un altro conto da pagare.

Scese dal cutter, deciso ad affrontare Isabella, perché non c'erano cazzi che potesse convincersi che lei avesse dimenticato il vecchio Cullen, l'amico di sempre.
"Un gran bell'amico, in verità, esattamente come James. Ma che differenza c'è tra me e lui, Isabella? Spiegamelo tu oggi, sedici anni dopo quei fatti. Hai dimenticato davvero? Cosa hai creduto allora? Ti sei fatta un'idea di me? Mi hai odiato, questo lo immagino, ma quando il tuo odio si è trasformato nel niente di oggi? E hai mai scoperto chi è davvero tuo fratello James?", voleva chiederle.
Tuttavia alla locanda attese e attese, impaziente, sudato, ansioso di vederla spuntare dalla cucina, osservando dal bancone il viavai dei clienti che entravano, consumavano, uscivano, serviti dai ragazzi, mentre Isabella era sempre affaccendata ai fornelli.
"Ho pagato, Isabella. E non posso essere accusato due volte per lo stesso delitto, no?" continuava a ripetersi.
Finché il sole calò, il sudore gli si asciugò e dimenticò le frasi da dire, a lungo provate nella mente. Allora si alzò stancamente, bevve l'ultimo sorso dalla bottiglia che aveva davanti, allungò la mano e fece rotolare sul legno diverse monete luccicanti, poi s'incamminò verso l'uscita.

-Arthur? Aspetti!
Si voltò verso la giovane voce che lo chiamava: Alice gli stava correndo incontro con la mano tesa. Lungo la via buia del porto sembrava un'apparizione, un angelo che gli tendeva una mano.
-Ha lasciato troppo denaro, Arthur! Bastavano solo due monete!
Lui scuoteva la testa, mentre accettava tra le sue, grandi e calde, la manina di lei, piccola e fredda.
-No che non bastano, Alice. Non basta tutto l'oro del mondo, Alice, purtroppo. Ma grazie, piccola. Grazie.
Si sentiva commosso, maledetto alcol, e non riusciva a lasciarle la mano, finché non si rese conto che la ragazza guardava le sue grosse mani forti e maschili con disagio e fastidio. La spinse via immediatamente, inorridito.
-Scusa, io non… Scusa.
-N-non si preoccupi. Non è nulla. Buonanotte, signor Noone.
Non lo chiamava più Arthur, era di nuovo il signor Noone.
"Sta' al tuo posto, bastardo d'un cane". Combinava solo casini tra la gente, stava meglio sul suo cutter, in mare aperto, e sarebbe ripartito prima dell'alba. La notte, cupa come il proprio umore, gli era decisamente più amica del giorno.

Non dormì che un'ora, in cui sognò una bambina dagli occhi verdi che lo chiamava a giocare a palla, una palla colorata che spiccava nel cortile del carcere e che lui scorgeva dalla finestra della sua cella.
-Via da lì, via da lì, bambina!- gridava e piangeva nel sonno. -Non voglio che tu veda dove vivo, dove mi trovo. Via da lì.
Un fottuto incubo, l'ennesimo. Non ne poteva più.
Si alzò incazzato come un toro a digiuno da una settimana e sbatté in padella due uova per prepararsi uno schifo di colazione prima di affrontare un altro giorno di "vita per dispetto". Il mare restava infuriato e solo un pazzo come lui poteva pensare di uscire con un tempo così.
"Se il diavolo si decide a prendermi, me lo fa piccolo il favore…", rise di sé, mentre mangiava pane, uova e veleno a grossi bocconi.
Più tardi era in mare aperto a lottare con il vento che gli sferzava il viso, l'unica striscia delimitata da occhi e naso che aveva lasciato scoperta, mentre teneva il solo timone, legato a quello con una fune per impedire alle onde di trascinarlo in acqua. Era in totale balia dei marosi e della pioggia, mentre il vento, quel maledetto, si accaniva a cercare di strappargli il fiocco.
"Saresti un pescatore, sai, idiota? Che pensi di pescare con un mare così, a parte un malanno? E se davvero vuoi che il diavolo ti prenda, dovresti almeno slegarti dal timone… Non per essere troppo pignolo…".
Non ricordava da quando avesse preso a parlare con se stesso come se fosse un'altra metà, un amico, un cazzo di qualcuno con cui anche solo litigare, ogni tanto. Si sentiva a pezzi, consumato dalla fatica di tenere il timone e dalla stanchezza che gli impediva di dormire bene da giorni.
"Da quando sono sbarcato per caso in quel cazzo di porto. Ma che ne sapevo che ci avrei trovato Lei? Non sapevo che era ancora da qualche parte, sola. No, non sola. Con due figli, ad arrangiarsi per vivere, senza un uomo. Un uomo. E che saresti un uomo, tu? Tu che ammazzi gli amici, che scegli di chinare la testa e tacere. Che strappi l'innocenza a una ragazzina credendo di amarla e che quando la ritrovi per caso, una vita più tardi, quasi ti caghi addosso a parlarle? Ma vaffanculo, Cullen. E vaffanculo pure tu, Noone."
-Non è stata colpa mia! Mi sente qualcuno? Non. Fu. Colpa. Mia!- Gridava al vento, come il matto che era. Gli lacrimavano gli occhi e le mani bruciavano come fuoco, nonostante i guanti. -Maledetto vento…
"Ma fu colpa tua ciò che facesti poi, animale. Chi potrebbe pensare, che non fosse malato e perverso più del diavolo stesso, di stuprare la sorellina del proprio miglior amico, appena ucciso? Hai usato le stesse mani, Cullen! Le stesse mani. Dovresti tagliartele, quelle mani…"
Infine la tempesta si placò e il mare smise di mordere i fianchi del cutter, così Cullen controllò il fiocco sfilacciato e issò la randa, poi veleggiò finché le sue sporche mani non fecero così male da impedirgli di continuare, allora scese sotto coperta a cercare un unguento per le piaghe e a scaldarsi con abiti asciutti. Mise su il bollitore per farsi un tè, aprì la porta del piccolo bagno e ci trovò… Emmett.
-Per la merda di quel porco…- bestemmiò. -Che cazzo ci fai tu qui, sulla mia barca?
Il ragazzino era abbracciato alla tazza del cesso e sembrava aver vomitato tanto quanto la bambina de L'esorcista.
-Ma tu guarda sto gran cretino! Tua madre sa che sei qui?
Quello negò a malapena, con la faccia verde e gli occhi iniettati di sangue. Pareva un fottuto vampiro.
-Sarà preoccupata che tu sia annegato in mare! Sciocco!
Il ragazzino non rispose, ma tirò su col naso.
-Non frignare perché giuro che mi tolgo la cinghia dei pantaloni e ti faccio il culo a strisce, chiaro?
Silenzio.
-Neanche volevo tornare più in quel cazzo di porto di merda. Ora invece devo riportare indietro te. E ci vorranno ore perché ci siamo allontanati molto. Idiota!
Silenzio.
-Da quanto sei nascosto qui?
-Da quando è salpato, signore.
-Da quando sono salpato, ovvio. E che cazzo pensavi di fare?
-Diventare un lupo di mare, signore. Come lei, signore.
-Diventare un lupo di mare come me, ovvio. E pensavi di imparare stando chiuso nel cesso?
-No, signore, non prevedevo…
-Non prevedeva, ovvio. Ovvio un cazzo! In mare si vomita, ragazzo mio! Il mare ti nutre, ti culla, ti scaraventa a picco e ti solleva alle stelle. Ti fa bestemmiare come un turco e ti dà la più grande gioia della vita. O la seconda forse…- si grattò la barba, pensieroso. -Forse manco la terza… Insomma alla fine qualche cazzo di gioia la darà pure, no?
-Penso di sì, signore.
-Smettila di chiamarmi signore o ti butto in pasto ai pesci.
-Sissignore… Cioè, scusi, signore… No. Scusi e basta.
Il pescatore rise forte, di gusto. Gli piaceva quell'imbranato di ragazzino. -Che ne faccio di te, ora?
-Non so, signore. Potrei pulire il cess… ehm…il bagno, sign.. no.
Cullen rise di nuovo, sorprendendo anche se stesso. -Ora ti dai una lavata, e poi vieni a mettere qualcosa sotto i denti,- disse, quando tornò serio.
-Non credo di riuscire a mang…
-Mangerai e basta. Vuoi imparare, no? Prima lezione: come si fa a tenere dritto un sacco vuoto? Il modo migliore è riempirlo, così non riesce più a rovesciarsi.
Emmett lo guardò ammirato, il discorso non faceva una piega. -Sissign… Ehm, Sì.
-Non sono molto sicuro che tu sia un ragazzo sveglio, Emmett.
-Invece sì. La mamma dice sempre che sono uno in gamba, a posto. Uno "giusto".
-Giusto, eh?- Ridacchiò l'uomo. -Quando hai finito di strigliarti a dovere, vieni di là. Conosci un po' il linguaggio di mare? Distingui la dritta dalla manca?
-Certamente.
Il pescatore scosse il capo, poco convinto.

Un'ora dopo avevano mangiato una frittata di cinque uova, con pancetta e pane, e bevuto acqua allungata con un po' di birra, -Perché con la sola acqua ti fa la ruggine lo stomaco, ragazzo.
Avevano chiacchierato della scuola, del paese, delle chiacchiere del porto, delle ragazze che erano troppo alte per Emmett, -Perché le ragazze sviluppano prima, ha detto la mamma.
Dei ragazzi che ronzavano intorno a Alice e che la mamma cacciava via dal locale a muso duro, -Perché non vuole che finisca per sposare uno qualunque.
Il discorso aveva preso una brutta piega, stavolta.
-Lo ha detto la mamma?
-Sì. Era arrabbiatissima quando lo ha detto. Ha aggiunto che solo una cosa è peggiore di "finire per sposare uno qualsiasi".
Una bruttissima piega.
-Quale cosa è, lo ha detto?
Emmett annuì, solenne. -"Essere traditi dagli amici".
Cullen tirò una bestemmia colorita, poi tossì, infine si alzò a cercare un sigaro. -Da qualche parte in questa fottuta barca ci sarà pure rimasto un sigaro, no?
-Non saprei.
-Non era una vera domanda, Emmett.
-Scusi.
-Tu sei sempre sicuro di essere sveglio, vero?
-Così dice la mam…
-E piantala con sta mamma! E' normale che tua madre ti difenda, cosa credi? Fa parte della natura delle madri. Difendono i cuccioli, mentre i padri sgobbano per campare la famiglia, e i ragazzini fanno gli stupidi in giro e intanto crescono. Di solito.
-Non sempre?
-No, non proprio sempre. E adesso va' fuori e trovati qualcosa da fare. Io imposto la rotta e poi schiaccerò un pisolino sotto coperta, mozzo.
-Un pisolino mozzo?
-Cristo! Tu sei il mozzo! Non il pisolino!- Aveva mal di testa, per colpa di quel diavolo d'un ragazzino.

Quella sera, dopo il tramonto, rientrarono in porto a motore e Edward scorse da lontano parecchia gente sulla banchina.
-Sarà successo qualcosa? O aspettano proprio noi? Che ne pensi, Emmett?
Stranamente, Emmett non rispondeva, ma guardava anche lui la folla, preoccupato.
Man mano che la barca si avvicinava, la gente si addossava verso la bitta di ormeggio occupata in quei giorni da Cullen.
"Vogliono proprio me…" -Tua madre è in ansia per te, Emmett.
-Sarà soprattutto arrabbiata… Lei sapeva che salpavo con lei, signor Noone…
-Coosa? Spiegati bene e non chiamarmi "signore" ti ho detto. Va' in chiesa, a pregare il Signore.
-Non volevo tornare mai più. Volevo fare il pescatore, viaggiare per mare, vedere il mondo, come mio padre. Ho lasciato un messaggio alla mamma in cui le dicevo che venivo via con lei, per imparare.
-Cosa cazzo hai fatto?- chiese furioso.
-Credevo che lei, sign…Arthur, non mi avrebbe trovato per giorni. E nel frattempo ci saremmo allontanati molto, così non avrebbe più potuto riportarmi indietro.
-Stupido! Le avrai spezzato il cuore!
-Non credo, sign… La mamma è forte. Il cuore non le si è spezzato quando è sparito mio padre. Non si sarebbe spezzato nemmeno stavolta. Io non voglio fare lo sguattero nella sua locanda per tutta la vita. Quello è un lavoro da femmine, io voglio andarmene da qui.
-Ora dammi una mano con quella cima, ragazzo, prima che la consumi sulla tua schiena. Dobbiamo attraccare, ma riprenderemo il discorso. Non puoi fare ciò che ti pare, sai? Non è così che funziona una famiglia.
Davanti a tutti, in piedi sulla banchina, a raccogliere la cima che Emmett lanciò dal cutter, c'era proprio Isabella, nera e seria come il prete quando lo confessava, notò il ragazzo. Ed ebbe un po' paura.
-Emmett Newton! Scendi immediatamente da quella barca.- Tuonò la donna.
Cullen sciolse la passerella e la spinse sul molo, mentre Isabella salì a bordo a passo di carica. Prese il ragazzino per il braccio sinistro e gli diede un violento ceffone. -Va' ad aiutare tua sorella al locale. Sei in castigo per i prossimi vent'anni, Emmett.
-Isabella, calmati…- iniziò cauto Cullen. Quella si girò come una vipera e diede un ceffone anche a lui, in pieno viso.
-Mi calmerò quando ne avrò voglia. Non avevi nessun diritto di portar via il mio bambino, senza prima parlarne con me.
-Non volevo farlo manco per un cazzo! Emmett è salito sulla mia barca di sua iniziativa e di nascosto.
Si guardò intorno, il molo era pieno di curiosi che volevano ascoltarli. -Non avete proprio nient'altro da fare voi, signori? Andatevene a casa! Mi dispiace deludervi, ma non ci sono morti, né dispersi…- gridò.
-Né colpevoli da consegnare alla giustizia,- finì Isabella per lui. Il branco di pecore si disperse.
-Onorevole da parte tua gettare la colpa su un ragazzino di nove anni, Noone, o dovrei piuttosto chiamarti Cullen?
Si ricordava. Lei ricordava! I polmoni di Edward smisero di pompargli ossigeno.
-Per favore, Isabella. Ascoltami.
-No. Non ho nessuna voglia di ascoltarti. Ascoltami tu, invece. Emmett è un bambino!
-Quando l'ho trovato, nascosto sulla mia barca, l'ho riportato indietro.
-Non le voglio le tue scuse, oggi! - capiva di essere del tutto irragionevole, ma era spaventata a morte e arrabbiata. -Le volevo sedici anni fa, invece! Dove cazzo eri quando volevo una spiegazione da te, eh?
-Ero in prigione, Isabella. Lo sai,- si costrinse a rispondere.
-E con questo? Meritavo una spiegazione già quel pomeriggio! Te lo ricordi almeno, quel pomeriggio?
-Non esiste una sola cazzo di ragione per cui io possa dimenticare nulla di ciò che avvenne quel giorno, Isabella. Nulla!- Si stava incazzando anche lui.
Lei cercò di colpirlo ancora una volta, ma stavolta Edward le bloccò il polso e lo tenne stretto, attirandola contro di sé. -Ho ucciso tuo fratello, Isabella. Il mio migliore amico. Come potevo confessarti un'infamia del genere?
-Avresti dovuto parlarmi, maledizione! Ti avrei ascoltato! Avrei creduto qualunque cosa tu mi avessi dato da credere. Ero una bambina, Edward, ma ti amavo! Ero così innamorata di te che avrei giurato il falso, avrei… Come hai potuto?
-Ero sconvolto, Isabella, lo capisci? Sconvolto! Accadde tutto nello spazio di pochi minuti e persi tutto, compreso il rispetto di me stesso. Non so più cosa mi spinse da te, dopo, ma tutto ciò che feci servì a fare in modo che tu mi odiassi, che mi credessi un maledetto bastardo capace di violentare una bambina, piuttosto che…
-Piuttosto che scoprire che avevi bisogno di qualcuno, magari proprio di me, e che forse mi amavi?
-Per favore, non avresti potuto credermi. Nessuno avrebbe potuto. E non parlare di amore. Io ti ho presa con la forza, Isabella. Ed è stata la cosa più orribile che…
-Orribile? In tutti questi anni hai mai rivissuto una sola volta il nostro… ehm…rapporto "orribile"?
-Milioni di volte, Isabella. Milioni.
-E?
-Avrei voluto spaccarmi la testa per farne uscire il ricordo di te. Di tuo fratello. Dei tuoi fratelli. Di tutto. Ero sconvolto. Sono rimasto sconvolto per anni. Convinto che… lascia stare. Ormai è acqua passata. Ho pagato comunque, anche se ho pagato il debito sbagliato.
-… Cosa vuoi dire?
-Che non ho ucciso Jasper, Isabella. Cioè l'ho ucciso, ma la spada doveva essere una spada da allenamento. Non doveva ferire. Me la diede James quella che… Lascia stare ti ho detto.
-Non lascio stare un bel niente. Queste cose le so. Fammi capire invece: quindi, se non per la morte di Jasper, per quale colpa avresti pagato, secondo te?
-Il tuo stupro.
-Il mio… E' questo che ricordi di noi, di quel pomeriggio a casa mia? Uno stupro?
-E' ciò che fu, Isabella. E credimi, non sai quanto vorrei che non fosse successo. Ero sconvolto, ripeto, ma questo non giustifica…
-Ma vaffanculo, Edward.
Si liberò le braccia dalle mani di lui, a strattoni, e scese ancora più arrabbiata di quando era salita a bordo.
-Ma che cazzo ho detto?
Lei si girò a guardarlo dalla banchina. -La tua barca si chiama No One, vedo. Da lì hai preso il nome Noone? Il signor Nessuno… Davvero originale, Edward. Sei più immaturo di Emmett.- E, naso in su, marciò verso la locanda.
Lui si prese la testa tra le mani, disperato. Lei sapeva che non era colpevole della morte di Jasper? E non ricordava che l'aveva stuprata? Eppure era stato uno stupro. Oppure no? Possibile che non avesse capito proprio un cazzo di niente?
Decise di seguirla alla locanda, dove Lei si era rintanata, come sempre, in cucina.

-Un whiskey, quello che capita, grazie-, ordinò, scuro in viso e con lo sguardo torvo. Pensava che sarebbe andato bene per passare il tempo, aspettando l'ora della chiusura. Per sciogliersi la lingua e costringerlo a parlarle comunque, anche se non avesse voluto ascoltarlo. Voleva scatenare le recriminazioni conseguenti, ma davanti al faccino di Alice, così simile a quello di sua madre quando aveva circa la stessa età, non sapeva più quale atteggiamento tenere.
-E' da molto che è scomparso tuo padre?- Chiese, tanto per impedire al silenzio di assordarlo.
-Tre anni, ma non era mio padre.
Il whiskey gli andò per traverso. -Ah no? Come no?
Alice ridacchiò un po', sorpresa. -Mia madre si sposò che io avevo quattro anni, le feci da damigella. E da Mike ebbe Emmett.
-Dunque tu sei figlia di…?- Cominciava a sudare, forse aveva già bevuto troppo.
-Di mio padre, chiunque lui sia. Mia madre non mi ha mai…
-Aliiiiiiiiice!- Era Lei. Lei che chiamava sua figlia dalla cucina. Lei che, con quegli occhi neri come una notte senza luna, aveva concepito una figlia con occhi verdissimi. Lei che aveva sposato qualcuno che non era il padre di sua figlia. Quattro anni? Tremò.
Emmett aveva anche lui occhi scuri e capelli mori.
"Cristo. Non è possibile." Ansimava come se fosse stato colpito alla bocca dello stomaco.
La trattenne per un braccio, mentre la ragazza già stava per scappare via. -Solo un minuto, Alice. Quanti anni hai?
-Quindici, signore.- Gli rispose mentre correva via.
Più che una risposta era stato un altro schiaffo in pieno viso. "Non è possibile", si ripeté, ma era chiaro che ora più che mai doveva parlare con Lei.
Bevve ancora un sorso di whiskey, lo finì, poi ne chiese un altro bicchiere, pensando "Pure scadente, ma basta che bruci", finché fu il momento atteso. Allora si alzò facendo scrocchiare il collo, carico di tensione, e si avviò fin dietro il bancone. Spinse la porta della cucina ignorando le proteste di Alice, -Arthur, lei non può entrare qui.
-Hai ragione, ma entro lo stesso, Alice. Sono abituato a rompere le regole.
Si fermò sull'uscio, la mano tenuta larga sulla porta, a guardare Lei. Isabella si asciugò le mani su uno straccio e si sedette lentamente sul piano di lavoro accanto al grande lavello di marmo, poi incrociò le braccia.
-Va' pure, Alice. Ci sono ancora clienti?
-No, mamma.
-Sistema i tavoli, prendi tuo fratello e andatevene a casa.
-Tu non vieni?
-Arriverò più tardi. Sta' tranquilla, Alice. Va tutto bene.
-Signor Noone? Arthur?
Lui si riscosse dal torpore che lo aveva fagocitato e guardò negli occhi la ragazza. -Sì, Alice, sta' tranquilla. Non farò del male a tua madre. Posso giurartelo. "Su quello che ho di più caro," aggiunse nella mente, "che probabilmente sei tu".
Sospirò lui e sospirò lei.
-Dunque, Edward? Che vuoi da me?- li interruppe Isabella.
-Cerco e offro soltanto parole. Voglio darti spiegazioni, a cui magari non crederai, di cui magari ti infischierai. Lo so che è tardi, ma ho bisogno di parlare. Ora. E voglio sentire i tuoi commenti. Ti dissi allora che dovevi stare zitta, ma non era vero. Avevo solo paura di sentire parole diverse da quelle che cercavo. Volevo qualcuno che mi aiutasse a capire, che mi credesse. Non l'ho mai trovato. Ora voglio sentire tutto, bene e male. Benedizioni e maledizioni. Tutto. E lo voglio da te. Ci stai?
Isabella annuì e basta, mentre entrambi sentirono chiudersi la pesante porta d'ingresso della locanda: i ragazzi se ne erano andati. Erano soli.
Spostò il peso da una gamba all'altra, la mano sempre ferma sopra la maniglia, mentre inghiottiva aria e ricordi.
-Quel giorno eravamo andati alla foce del fiume, come sempre. Era il nostro posto, ricordi?
Lei annuì, sorridendo. -Il ritrovo dei moschettieri…
-Io e Jasper ci allenavamo ogni maledettissimo giorno. Ty e James sempre a guardarci, ad assistere. Intanto si scherzava, ridevamo, bevevamo. Se mi avessero chiesto allora di puntare su qualcosa tutta la mia vita, l'avrei puntata su quell'amicizia, su di noi…- Fece una pausa e ingoiò un boccone di rimpianto,- E avrei perso tutto, come infatti avvenne: persi tutto, in un attimo. La mia spada si ruppe, come era già successo, e fui io a chiedere a James di passarmi la sua, come era già successo anche questo. Come potevo pensare che quella volta non mi desse la spada d'allenamento? Non controllai, non ci feci alcun caso. Ridevamo, giocavamo, come sciocchi bambini di vent'anni…- Scosse la testa e un brivido gli attraversò la schiena.
-Il resto lo so, Edward…
-Non puoi saperlo, non c'eri. Non c'era nessuno. Tyler svenne, Jasper morì. Ciò che successe davvero lo sappiamo soltanto io e James.
-Credeva di poter vivere felice con quella colpa orribile, ma non ce l'ha fatta neanche lui invece, sai?
-Che vuoi dire?
-La morte di Jasper segnò anche la fine della nostra famiglia, Edward. Mia madre impazzì di dolore, mio padre mi cacciò di casa, James s'imbarcò. Di colpo non rimaneva più niente della nostra bella, unita, ricca famiglia. Il sindaco Swan era caduto in disgrazia. Sono cose che capitano, no? La merda capita, tu lo sai bene.
-Perché tuo padre ti cacciò di casa, Isabella?
-Non ha importanza ora. Mi salvò la vita, in questo modo, e forse, chissà, avrei dovuto perfino ringraziarlo. Trovai lavoro come cuoca, in un locale simile a questo, in un posto simile a questo, mille anni fa. La proprietaria mi aiutò con Alice, quando nacque, e mi accolse nella sua grande famiglia. Uno dei suoi figli si innamorò di me, mi sposò, ci trasferimmo qui e qui nacque Emmett.
-Di chi è figlia Alice, Isabella?
-Non ha importanza…
-Sì che ne ha. Ne ha così tanta che mi toglie il respiro. Rispondi solo sì o no: Alice è mia figlia?
Lei strinse forte le braccia conserte intorno al corpo. -Sì,- sussurrò.
Edward si lasciò scivolare seduto sul pavimento, senza emettere alcun suono. Credeva che sarebbe morto in quell'istante.
-Nessuno lo sa. Nessuno sa assolutamente niente, di te, di me, di quel pomeriggio. E se qualcuno facesse domande o avanzasse pretese, negherei ciò che oggi ti ho detto. Alice è figlia mia e basta, come Emmett.
Lui si alzò lentamente da terra, tenendo la testa bassa, poi le si avvicinò in silenzio, fino ad esserle davanti, le ginocchia a toccare le sue, ancora seduta sul piano di legno, sporco di farina e pomodoro. Con le sole dita sciolse l'abbraccio che le serviva a proteggersi da lui. Le tenne le mani con le proprie. Ne accarezzò il dorso con i pollici. -Mi dispiace.
Lei alzò gli occhi di scatto.- A me no! Quel pomeriggio tra noi fu amore. Durò niente, tu non te ne accorgesti nemmeno, ma fu amore.
-Fui orribile, Isabella. Ti presi con la forza. Non avrei mai dovuto...
Lei sorrise. -Guarda Alice oggi, Edward, e stavolta rispondi tu a me con un sì o con un no: credi che una cosa così bella possa essere nata da altro che da amore?
-No…ma…
Lei gli mise un dito sulle labbra. -Nessun "ma". Ti amavo. Non ho mai creduto a ciò che emerse da quel processo-farsa. Il sindaco era troppo popolare in paese perché qualcuno potesse avanzare anche il più piccolo dubbio su eventuali sporchi segreti di famiglia… James era sempre stato un sadico, un calcolatore, un cinico, ma non lo sapeva nessuno. Mio padre giustificava sempre le sue bravate e le sue cattiverie, anche se di certo non credeva che sarebbe mai arrivato ad uccidere Jasper, sebbene in casa ci fossimo accorti che lo odiava. Era il fratello troppo bello, troppo buono, troppo bravo in tutto, detestabile perché perfetto. Che ironia… Mio padre canzonava James perché non aveva lo stesso coraggio di suo fratello…E non si sbagliava infatti: non ebbe il fegato di ucciderlo lui, lo fece uccidere a te.- Prese un respiro amaro. -Sai che fine ha fatto James, il grande calcolatore?
Edward scosse il capo.
-Si è impiccato nella doccia della sua camera d'albergo, a Singapore, dove aspettava un nuovo imbarco. Alla fine ha trovato il coraggio di morire.
-Quando è successo?
-Tre anni fa.
-Quando sono uscito di prigione…
-E quando è scomparso in mare mio marito. Il destino decide per noi, come vedi.
-Tutto questo non ha alcun senso, Isabella. Perché nessuno di voi ha mai cercato di me...
-Mettersi in contatto con te? Chiedesti il trasferimento in Irlanda, subito dopo il processo. Non volevi avere che fare con nessuno, mai più. Lo lasciasti detto al tuo avvocato.
-Potevi scrivere.
-Potevi farmi chiamare.
-Potevi dirmi di Alice.
-Potevi confessarmi che avevi bisogno di me.
Lui sorrise con una sola metà del viso.- Dunque non c'è altro da dire?
-Vieni a casa mia. Ti farò leggere la lettera d'addio che James scrisse prima di suicidarsi. Sono tre anni che ti cercano per "riabilitare il tuo nome".
-Non credo che mi interessi. Quando mi hai riconosciuto?
-Subito, Edward. Immediatamente. Puoi nascondere la tua figura, facendoti crescere barba, capelli, chili addosso. Ma la voce è la tua, Edward. Le mani sono le tue. Gli occhi sono i tuoi. Sono quelli di Alice, hai notato? All'inizio credetti che fossi tu a non riconoscermi, poi tornasti e volevo capire perché fingevi di non essere chi sei…
-Lo hai detto a qualcuno?
-Che sei chi sei? No. Se tu non vuoi farlo sapere, non vedo perché dovrei farlo io.
-Credo di volere che Edward Cullen muoia, insieme alla vita che ebbe e alle scelte che fece. Io sono Arthur Noone.
Isabella gli sorrise. -D'accordo, Arthur.
Lui la lasciò scendere dal tavolo spostandosi indietro, in silenzio la aiutò a sistemare qua e là, senza perderla di vista nemmeno per un attimo. Quel corpo sinuoso, appena un po' più in carne di sedici anni prima, quelle gambe snelle, quel modo di camminare, facendo appena ondeggiare un po' le natiche… Cristo, l'avrebbe accolto ancora quel calore? Temeva, sperava, voleva...

Entrarono nella casa di lei in punta di piedi, -Per non svegliare i ragazzi,- gli aveva detto lei. L'aveva preso per mano, oh, com'era calda quella mano…, e l'aveva portato in camera propria. Dal cassetto del comò aveva tirato fuori un plico un po' ingiallito da cui erano usciti vari incartamenti, e una lettera su cui Edward riconobbe la grafia di James.
-Come mai l'hai tu questa roba?
-Quando mio padre morì, un anno fa, mi venne recapitato tutto quello che rimaneva della nostra "bella famiglia".- Gli allungò tutte le scartoffie, sfiorandogli nuovamente la mano. -Ti lascio solo. Puoi sederti sul letto e leggere tutto. Non ho segreti e credo che tu abbia diritto di scoprire chi erano davvero mio padre e mio fratello, che ammiravi.
Lui annuì.
-Vado di là a preparare una tisana. Resta tutto il tempo che vuoi.

Un'ora dopo lui uscì, con gli occhi lucidi e le mani una dentro l'altra. -Ho rimesso tutto nella busta, sopra il tuo comò. Grazie, Isabella.- Si fermò a pochi passi da lei.
-Stai andando via?
Lui scosse la testa. -Solo se tu vuoi che me ne vada.
-Non ho mai voluto che te ne andassi. Mai.
La raggiunse in un baleno e se la strinse al petto. -Dimmi che non è troppo tardi. Dimmi che davvero fu amore. Dimmi che ho ancora un posto nel mondo.
La scostò un po' da sé per guardarla negli occhi. -Dimmi che mi vuoi dentro di te.
Lei piangeva e sorrideva.
-Ho sempre pensato che il destino dovesse darci un'altra possibilità, Ed… Arthur. Non sapevo che via avrebbe scelto, ma sentivo che sarebbe arrivata. E' questa, non credi?
Lui la sollevò di peso, tazza, plaid e tutto, e la riportò in camera, dove aveva lasciato la luce del comodino accesa.
La spogliava e la baciava, senza smettere di parlare. -Dimmi che tutto questo non ha senso, ma che non importa.
Lei gli stringeva i capelli a ciocche, tenendogli la testa perché non la nascondesse nel proprio seno e potesse guardarla negli occhi. -Tu non sai quante notti li ho sognati… Scompigliati come quel pomeriggio, lunghi come ora, belli come sempre…
-I miei capelli?- rideva lui. -Con tante cose che potevi sognare, sognavi i miei capelli?
-Oh…sognavo tante cose, tra cui i tuoi capelli…
-E cos'altro sognavi? Racconta…- Le mani di lui erano ovunque sul corpo di lei. Quelle mani che ora non gli sembravano più così sporche. E vuote.
-La tua bocca.- E gli mordeva le labbra. -La tua barba…- E gli succhiava il mento. -I tuoi occhi verdissimi…- E gli baciava le palpebre. -Il tuo corpo perfetto…
-Non è più così. Ho messo su un bel po' di pancia, se non te ne fossi accorta.
-Mi piaci. Sei più uomo. Allora avevi il fisico lungo e asciutto tipico degli adolescenti. Oggi sei da divorare…
Lui rise a voce alta.
-Sssstt… Non voglio due ragazzini in mezzo ai piedi a far domande, almeno fino a domattina.
-Prevedi domande?
-Se resti, sì. Vuoi restare?
-Per quanto tempo?
-Tutto il tempo che vuoi, Edward.
-…Arthur…
Le prese le mani e le allontanò da sé, tenendo fermi gli occhi negli occhi. Si alzò da lei e si svestì velocemente, vergognandosi un po' dei calzini spaiati e dei boxer consumati. -Non sono più abituato a prendermi molta cura di me.
-Vieni a prenderti cura di me, allora.
Le fu di nuovo addosso in un attimo, le prese le caviglie dolcemente e se le posizionò sulle spalle. Le fece sollevare il bacino per metterle un cuscino sotto il sedere. -Ho voglia di fette di pesca col miele…- disse, mentre affondava la bocca tra le pieghe calde e umide di lei.
Molto tempo dopo si sollevò su un gomito a guardarla, -Hai lo stesso odore e sapore di allora, sai? Non li ho mai dimenticati e  non capivo perché. Ora lo so: sarebbero serviti a ritrovarti, avessimo anche cambiato nome, vita, faccia.
Lei lo prese di nuovo per i capelli e se lo avvicinò al viso. -Fammi tua, per favore. Se aspetto ancora, morirò.
E lui le fu dentro di un colpo, come allora.
Si muoveva come fa il mare quando sbatte lungo la carena, costante, deciso, morbido, mentre scandisce sempre lo stesso ritmo, che sembra il battito cardiaco. Ma questa volta non perdeva nemmeno un movimento delle ciglia di lei, ne beveva sussurri, gemiti, smorfie. Ogni tanto le leccava il naso, così piccolo e perfetto. -Sono contento che tu abbia dato il tuo profilo ad Alice.
-Io sono contenta di averle dato i tuoi occhi e il tuo sorriso. Eri con me ogni volta che sorrideva. Ogni volta che s'impuntava su qualcosa e faceva la tua stessa espressione risoluta.
-Non ha mai fatto domande?
-Oh…a migliaia! Quasi ogni giorno, da quando ha iniziato a parlare. Mike la chiamava "il martello pneumatico".
-Com'era lui con te? Con voi?
-Un uomo buono. Provvedeva a noi e ci voleva bene. Non fece mai domande, al contrario di Alice, e non mi fece mai pressione su nulla. Si accontentava di ciò che gli davo: briciole d'affetto. Credeva fosse il mio carattere: freddo, distante.
-Tu non sei fredda e distante… Con me non lo fosti mai. Eri sempre pronta a rispondere a tono, a picchiare perfino… - Si massaggiò la guancia al ricordo, sorridendo.
-Il mio cuore è un bicchiere, Ed…accidenti, non imparerò mai, Arthur. Se lo riempi fino all'orlo, può contenere altra acqua?
-No.
-E' lo stesso per me. E' sempre stato pieno di te. Non c'è mai stato spazio per nessun altro.
Era commosso. Possibile che potesse chiudere il proprio progetto di "vita per dispetto"?
Aveva un nome nuovo e una vita nuova. Sì che poteva.
"Grazie, destino." Decise di crederci senza porsi troppi quesiti, e ricominciò ad affondare in lei. La stanchezza era scivolata via, insieme alla rabbia e a tutto il resto. Rimandò all'indomani qualunque altra richiesta, spiegazione, risposta.
"Ora ho da ricomporre un paio di vite, almeno…".



"Le nostre impronte non sbiadiscono mai sulle vite che tocchiamo"
(T. Hawkins - Remember me)


36 commenti:

  1. Bellissima. Bellissima. Bellissima. Bellissima. Bellissima.
    Struggente, carica, profonda, e maledettamente troppo corta. Perchè possono partecipare solo OS e non storie a più capitoli? Cazzarola! Ops. ehm...
    Che dire di più? Mi piace questo Edward, questo Arthur, mi piace l'idea e come è sviluppata. Mi piace il linguaggio. Mi piace Bella. Mi piacciono i ragazzini e mi piace tutta la situazione. Tutto. Tutto davvero!
    Complimentissimi.

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  2. Stupenda, romantica, commovente!
    Complimentissimi!!!

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  3. Dopo aver letto la tua storia mi sono trovata un po’ spiazzata. Mi è piaciuta davvero molto, è scritta molto bene, i personaggi sono dettagliati, l’introspezione e tutti gli elementi per rendere una storia bella ci sono tutti. Non sono riuscita a collocarla temporalmente ma non è un problema. L’unica cosa è che, a mio avviso, manca una parte essenziale che doveva essere il cardine del contest ossia la perversione. Forse sono io ma non ho trovato un lato perverso nella tua storia. Ripeto mi è piaciuta moltissimo e se fosse stato un contest a tema libero mi troverei in difficoltà per decidere su quale gradino del podio posizionarla (almeno rispetto alle storie che ho letto per adesso), ma visto che così non è non posso prenderla in considerazione per le votazioni ed è un peccato. Voglio comunque farti i complimenti, è davvero bella e molto intensa.

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  4. La storia è secondo me della lunghezza giusta ed è scritta benissimo, ogni personaggio mi trasmette qualcosa ma c'è poca perversione. Avresti potuto aggiungere qualche pezzo un pò pervi :) però stupenda come shot.

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  5. Concordo con il commento precedente al mio......non sono riuscita a collocare la OS ne in un luogo ne in un'epoca.......
    Ho trovato difficoltà a seguire dei passaggi per come scritti ma sicuramente difficoltà mia.
    Grazie, un Bacio

    JB

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    1. Volevo ampliare il mio commento precedente, lasciato molto molto di fretta.
      Ripassando per dare i voti, che ancora non ho deciso 😞, mi sono accorta che forse sono stata disturbata durante la lettura o avevo lasciato e poi ripreso come spesso mi capita di fare qui a lavoro. Mi dispiace, mi dispiace tanto perché mi ero persa la magia del tuo racconto. Ed è sicuramente per questo che non avevo capito dei passaggi.
      È vero non l'ho collocata in un luogo e in un epoca, dal linguaggio mi sembrano moderni ma i luoghi mi hanno dato la sensazione di anni passati. Ciò non influisce negativamente sulla storia.
      Ancora una volta non trovo il PERV, non lo trovo in quello che è successo tra loro da giovani, lei lo amava e ha vissuto quel momento in piena coscienza.
      Oddio, mentre scrivo ora, mi è venuto in mente che forse James potrebbe rientrare nel PERV, la sua invidia, il suo rancore, la sua gelosia verso Jasper, la sua mente malata, deviata da tutte queste emozioni, ha portato all'uccisione di suo fratello per mano di EDWARD......si questo è stato un piano perverso!
      O mi sbaglio? Scusami ma veramente questo contest mi ha messo in crisi profonda sulla definizione di perverso.
      Comunque tornando alla storia.......che dire se non altro che bellissima.
      Ho trovato Bella molto interessante ed è raro che capiti per me, solo alcune scrittrici di nostra conoscenza (tra cui tu) me la fanno piacere e a volte anche amare. Mi hai fatto vivere una Bella adolescente, persa dietro al suo sogno d'amore, che distorce completamente la realtà. Mi hai fatto vivere una Bella donna, matura che ha preso e prende le sue decisioni per iL bene dei suoi figli pur serbando nel cuore il suo amore per quel ragazzo che oggi si ritrova davanti uomo.
      Mi hai fatto vivere tutte le emozioni che ha vissuto Edward, la sua rabbia, il disprezzo per se stesso, la sofferenza per essere stato punito per una colpa non commessa e non esserlo stato per una colpa commessa, la speranza finale di poter d'iniziare a vivere di nuovo.
      E di nuovo i miei complimenti, non so ancora come deciderò di votare, se dando precedenza al tema del contest o dando precedenza a quella che mi è piaciuta di più. In caso ci rivediamo per il voto.
      Un'ultima cosa, purtroppo a scuola mi hanno fatto odiare D'Annunzio e la poesia in generale ma la citazione finale, al contrario di quella iniziale, mi è piaciuta molto e la trovo perfetta per la tua storia!
      Grazie, un Bacio

      JB

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  6. Anche a me è piaciuta moltissimo, mi sono piaciuti un sacco i personaggi, soprattutto Edward/Arthur che è quello meglio caratterizzato, scritta bene, una volta che la inizi fai fatica a staccarsi... Mi sono accorta solo leggendo i commenti precedenti che, effettivamente, non c'è perversione, non me n'ero resa conto prima perché mi è piaciuta un sacco e mi ero dimenticata che fosse un contest perv ��
    Denise Masen

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  7. Non so come commentare.
    non ho colto il senso di perversione, sicuramente per un mio limite ma cacchio, mi hai letteralmente ipnotizzato.
    Sono stata trasportata in questo viaggio tra errori, sensi di colpa, ingiustizie, sorprese, amore..hai travolto le mie emozioni.
    lo stile,le descrizioni, le parole usate mi fanno pensare all'autrice...
    mi hai lasciato senza parole.
    grazie

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  8. Non so come commentare.
    non ho colto il senso di perversione, sicuramente per un mio limite ma cacchio, mi hai letteralmente ipnotizzato.
    Sono stata trasportata in questo viaggio tra errori, sensi di colpa, ingiustizie, sorprese, amore..hai travolto le mie emozioni.
    lo stile,le descrizioni, le parole usate mi fanno pensare all'autrice...
    mi hai lasciato senza parole.
    grazie

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  9. Mi è piaciuta in una maniera indescrivibile.
    Mi ha emozionata tantissimo, verso la fine ho pianto. Perché? Cazzo ne so, ma ero entrata così tanto dentro la storia che ho sentito il tormento di Edw… Arthur in tutta la sua potenza.
    Non posso parlare in generale, perché questa storia in particolare mi ha trasportato dentro facendomi dimenticare completamente dov’ero e facendomi bruciare il pezzetto di carne nel tegame, sentivo odore di bruciaticcio, ma ero dentro la locanda, ci stava!
    Ma torniamo alla storia. Usi le parole in maniera capace, fluida, tormentata quasi, trasporti chi legge dove vuoi tu usando questa specie di musica che si crea leggendoti, ho avuto come l’impressione di leggere una lunga poesia, straziata, torturata, mi ha ricordato tantissimo di quando leggevo Foscolo e mi appassionavo e i miei compagni di classe non capivano. In questo tuo pezzo c’è tantissima roba, quella roba che studi anche malvolentieri ma che volente o nolente ti rimane appiccicata addosso perché i capolavori della nostra letteratura non lo sono a cazzo, hanno una potere bastardo perché ti tornano alla mente senza farsi nemmeno notare quando leggi altra roba e capisci l’importanza delle buone letture (delle letture che dovrebbero essere obbligatorie fino alla morte). I personaggi sono perfettamente definiti, e perfettamente maturi, una volta tanto (grazie!), la storia ha tutto ciò che serve ed è completa, non si sente il bisogno di altro, proprio perché è una poesia. Mi sono piaciuti entrambi i protagonisti, tanto, tantissimo. Lui poi non ne parliamo neanche, sanguigno e incazzoso, ma voglioso, bisognoso di redenzione e quando l’ha trovata, ho pianto.
    C’è una cosa che mi ha incuriosito, ed è il fatto che non hai definito un periodo preciso, ma dal linguaggio che usi, mi sono fatta la mia personale collocazione e le mie immagini. Potrebbe essere una cosa che dà fastidio, e invece è una delle cose che mi è piaciuta di più nel racconto. Non te n’è fregato un cazzo dei confini e delle definizioni, hai solo creato un momento da usare a piacimento del lettore. Non è un posto antico, non può esserlo perché ci sono termini e riferimenti modernissimi, come l’Esorcista che è un romanzo del 1970 se non ricordo male (l’ho letto, sono una pazza, lo so), mescoli termini antiquati e nuovi creando un mix perfetto che non avrebbe avuto lo stesso effetto se fosse stato usato senza cognizione di causa, e comunque nella mia testa ho creato una specie di universo alternativo ed è stato… rinfrescante.
    Ho dovuto riflettere sul perv, ma in realtà ce l’avevo sotto al naso, è tutto nella scena iniziale, nel comportamento di Edward e nel suo rendersene conto successivamente continuando costantemente a punirsi. E anche questa è una cosa che mi è piaciuta perché è solo suggerita, non dichiarata.
    Hai trattato il lettore come una creatura intelligente, spalancandogli mille porte e facendolo ragionare da solo su tutto quello che gli hai offerto.
    La tua storia è magnifica, mia cara, sei un fenomeno. Non c’è molta roba così in giro. Sono curiosa, però, di sapere se ci vedi qualcosa di perverso, che magari io non ho colto, ma leggendo sta roba qua, dico anche: e sti gran cazzi!
    Io non so cosa tu voglia fare o cosa voglia scrivere di nuovo, ma se posso, vorrei pregarti di scrivere sempre di caratteri così, o di storie così, un po’ azzardate, che si spingono un po’ verso confini nuovi da esplorare, mescolando vecchio e nuovo e creando un nuovo “nuovo”. Ah, so un fenomeno con le parole io invece, eh?
    Il tuo Edward/Ulisse mi ha stesa. Lo amo.

    3 punti

    - Sparv -

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  10. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  11. Superba. Anche l'amore e la morte uniti in questo modo possono rappresentare una perversione. E lo sono, come deviazione, ma prevale altro in questa storia ed è un "altro" che alza decisamente l'asticella rispetto agli obiettivi iniziali. Il fatto è che certamente gli atti compiuti quel maledetto giorno da Edward Arthur sono perversi (anche se manca il tratto di godimento e c'è quello del senso di colpa che invece non esistono nella perversione pura, di qualunque tipo) in quanto rappresentano l'abuso del forte sul debole, rappresentano un atto crudele, una calcolata violenza (seppure in un momento di scompenso quasi psicotico, no?). La perversione sessuale è solo una parte dei potenziali comportamenti fuori da un range di normalità, in questo caso la perversione di solito collima anche con una necessità a reiterare il comportamento. Insomma di solito i perversi (sessuali) hanno solo un modo per godere e quello di regola è legato proprio al comportamento perverso. Detto ciò mi è piaciuta da impazzire. Come scrittura non ci sono cazzi ( ho capito chi eri dopo due righe, e sei migliorata ancora, il che è inquietante) e come storia è pazzesca. Solo che ti lascia addosso una tale angoscia che... ahhhhhh ahahahah godo? Cristina.

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  12. Mi hai stregata, gira che ti rigira sono sempre qui.
    Quindi il mio voto e per te.

    3 punti

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  13. Mi sono innamorata di questo Edward/Arthur....al solito. Arrabbiato, intenso, passionale, rotto ma...aggiustabile!
    Mi ha colpito che solo tu hai pensato che la perversione non è solo sessuale ma è soprattutto nella mente....

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  14. Meravigliosa!!! Qui la perversione è solo accennata ma in compenso la storia è da urlo!!! Inoltre ho trovato veramente originale la descrizione dei sensi di colpa che la perversione genera... Vorrei tanto avere queste idee!!! Bravissima!!!
    Aleuname.

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  15. Non si può smettere di leggere questa storia senza arrivare alla fine con commozione, per questo uomo così logorato dagli eventi della vita che ha dovuto vivere con tanti sensi di colpa, per questa ragazza che anche avendo subito un rapporto con rabbia ha saputo far sopravvivere solo l'amore che provava per Edward stupendo racconto ,per me 3

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  16. Cosa posso dire? Che ogni parola è perfetta, che la perversione trasuda costantemente in forma molto sottile ma ugualmente percepibile. Questo è un capolavoro da gustare, non ce n'è molta roba così in giro. A te i miei 3 punti.

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  17. Ho finalmente letto tutte le storie, ma questa, devo ammettere, ha lasciato il segno.
    Scritta benissimo mi ha coinvolto fin dalle prime righe.
    Il tema perv così accennato e solo all'inizio è stato per me un colpo di genio.
    I personaggi, cosi tormentati e desiderosi di un riscatto di cui hanno pienamente diritto, continuano a tornarmi in mente...questo è il motivo principale per cui ho deciso di lasciare il commento qui e di darti i miei 3 punti.
    Bravissima!

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  18. La tua impronta... entri dentro l'anima sempre. Impossibile dubitare, anche un solo minuto, da quale mente capace esca una cosa simile.
    E' una storia favolosa e credo di aver intuito che il lato perverso di questo Edward sia il suo modo di farsi una colpa senza possibilità di redenzione, per lo meno ai suoi occhi. La mente può fare molto peggio del corpo perché le ferite dell'anima sono le più difficile da guarire. Per fortuna che qualche volta ci pensa il destino a recuperare i nostri errori, a darci una seconda possibilità. L'importante è essere capace di coglierla e avere il coraggio di affrontare l'errore del passato. Ed Edward... ops... Arthur... l'ha colta, anche se il suo istinto iniziale era quello di scappare ancora una volta. E il destino gli ha messo Emmett come intralcio ai suoi piani.
    I personaggi primari sono eccezionali, completi e veri. Scritta benissimo ti trascina nel loro mondo quasi senza respirare mentre trovi la tragedia di Edward attraverso gli stralci dei suoi incubi.
    Grazie per aver scritto una cosa così bella... davvero.

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  19. ... e non potevo che trovarmi a dare i miei 3 punti a te.
    Perché sei unica nel tuo genere... e perché spero sempre di imparare da chi sa fare le cose in maniera eccellente...
    Grazie ancora...

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  20. Hanno praticamente detto tutto le altre! Bellissima storia, molto ben scritta. I personaggi sono ben caratterizzati e questo ti permette di entrare dentro alla storia ancora di più.
    Emozionante davvero.
    Ma devo dire che mi trovo anche un po' d'accordo con chi ha detto che forse la perversione è solo accennata..e che la storia non facilmente collocabile in un'epoca ..ma essendomi cmq piaciuta molto..per me va sul podio.

    1 punto!!!

    Ely82

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  21. a te i miei 2 punti :)

    Denise Masen

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  22. Non era facile gestire una storia così complessa in una one shot. Moltissimi temi vengono affrontati e le riminiscenze letterarie sono numerosissime.
    Il personaggio di James/Caino presenta alcuni tratti caratteriali che fanno pensare a Jago, il cattivo per eccellenza dal momento che nulla gli viene dalla disgrazia di Otello e Desdemona. E' vero che James non è il primogenito, ma la famiglia è benestante e influente e quindi potrebbe assicurargli un futuro agiato. A muoverlo è la pura invidia, quella descritta da Dante: "Fu il sangue mio d'invidia sì riarso / che se veduto avesse uom farsi lieto, / visto m'avresti di livore sparso". Impossibile poi non rilevare una citazione all'Amleto con lo scambio proditorio e ferale delle spade.
    Edward è difficile da decodificare. Di fondo è un insicuro che ha trovato nell'amicizia un surrogato per gli affetti familiari di cui è stato privato; quando il protettivo circolo magico degli amici si spezza, si crede perso e non ha più neppure la forza per provare a difendersi. Si sente tradito e nello stesso tempo traditore (per la sciocca inconsapevolezza della gioventù che si pensa invincibile e si scopre invece fallibile e fragile), vittima delle macchinazioni di James e carnefice di Jasper e dell'innocente Isabella. Il suo rapporto con Isabella subito dopo l'uccisione di Jasper è un capolavoro di scementitudine: è spaventato a morte, ha bisogno di qualcuno che lo rassicuri e lo consoli per la perdita del suo più caro amico, ha di fronte la ragazza che ama, soffoca in lei con violenza il proprio strazio e poi scappa, senza neppure rendersi conto di quanto siano profondi i sentimenti di lei. Perché mai gli uomini pensano sempre di essere più forti delle donne?
    Edward lupo di mare mi ricorda invece certi personaggi di Hemingway nel suo rapporto conflittuale con i vasti e salsi abissi (un po' capitano Achab nella sfida alle forze selvagge della natura), ma anche nel suo volersi annullare, dimenticare della propria identità. E sicuramente, come qualcuno ha già notato, Ulisse, sia nel ritrovare la paziente e comprensiva Isabella/Penelope, sia nel dover instaurare un rapporto con Emmet/Telemaco, il figlio sconosciuto con cui bisogna ricostruire una familiarità, con cui bisogna imparare a comportarsi da genitore.
    Chiuderei con il ricordo di almeno due canzoni di Lucio Dalla: "Itaca" e "4 marzo 1943".
    Insomma, una bella storia che spinge a formulare ipotesi sulle motivazioni e i sentimenti dei diversi personaggi e che meriterebbe probabilmente di essere ripresa e ampliata.

    RispondiElimina
  23. Bellissima!!! Ne sono rimasta incantata, Edward mi ha commosso, e mi è piaciuta anche il tipo perversione che hai descritto
    3 punti meritatissimi
    Ila Cullen

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  24. ... Dato che questo è un contest perv, è con una certa perversione che assegno 3 punti alla tua meravigliosa ma tormentatissima storia. Perché mi hai fatto stare malissimo, accidenti a te! Io ho una visione del tuo racconto un po' diversa da altri commenti che ho letto. Per me la perversione qui è solo quella di James: lui è il vero cattivo, che per eliminare il rivale sceglie una strada così laterale da essere un capolavoro di perversione. Arma infatti la mano dell'innocente, fiducioso Edward. Realizza il delitto perfetto mettendo due anime candide una contro l'altra, come ben rappresentato poi dagli incubi di Edward. E va incontro, alla fine, all'estrema punizione, non per mano della giustizia ma della propria stessa mente, incapace di contemplare l'inutilità della colpa commessa, che non gli ha fruttato prestigio e ricchezza come credeva ma ha distrutto ogni cosa per cui poteva valer la pena di vivere. Tutto il resto della storia deriva da quell'atto scellerato, come fosse l'uccisione di un unicorno. E per me non è più storia di perversione, ma di disperazione. Ecco perché ci sono stata così male. Edward che strappa l'innocenza a Bella è un ragazzo disperato che cerca giustizia commettendo una colpa per meritarsi la punizione, invece di cercare di evitarla. Che si allontana volontariamente da ogni possibilità di ricevere il perdono, o almeno conforto, ma che poi alla fine lo chiede in modo quasi scontroso, come l'adolescente che era e che probabilmente è rimasto, frizzato in quell'attimo in cui è successo tutto. E che dire della disperazione di Bella, votata per tutta la vita a un amore mai sbocciato, apparentemente senza speranza, che non si concede di voltare pagina con l'uomo che sposa, a sua volta costretto ad accontentarsi di briciole d'amore. Bella che si trasforma da ingenua ragazzina a donna forte, dura e salata come uno scoglio nel mare in tempesta. E anche se incredibilmente, quasi per miracolo, arriva la seconda chance, il lieto fine non cancella le ombre, il tormento, la sofferenza di sedici lunghi anni. E siccome scrivi in un modo che incanta, evochi gli spiriti con le parole come una fattucchiera, questa sofferenza si appiccica a chi legge e non va via facilmente.

    3 punti per te, ma ti prego, riponi la frusta, ora. Red, red!

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  25. A TE VANNO I MIEI 3 PUNTI PER LE MOTIVAZIONI LASCIATE NEL COMMENTO PIU' SOPRA.

    Cristina

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  26. 3 punti
    Magistrale come tu ed altre poche autrici sai essere! Come sempre ho letto le storie e ho lasciato che riposassero per poi vedere come andava. E come sempre succede con le tue storie, sono sempre quì, per cui la scelta è stata ovvia. Secondo me la perversione è stata tutta nella testa di lui, che ha pensato di prendere con la forza quello che a causa del disgusto per se stesso e della rabbia non si è reso conto che gli veniva donato, e con amore. Bravissima.
    Una piccola curiosità Noone mi ha fatto pensare alla Confraternita, anche a te?

    RispondiElimina
  27. Questa os è semplicemente perfetta!
    C'è tutto... amore, passione e... mi ha fatto anche piangere!
    E meriti i 3 punti!
    :)

    Grazie per questa piccola meraviglia!

    Bravissima!
    :*

    RispondiElimina
  28. I MIEI 3 PUNTI VANNO A TE

    COMPLIMENTI

    JB

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  29. Ti prego di perdonare la mia profonda ignoranza sulle perversioni umane. Coi commenti delle altre ho capito meglio anche se ancora non sono riuscita a farmi un'idea mia.
    Al di la di tutto resta il fatto che la tua è una storia stupenda.
    Complimenti, bravissima davvero e grazie.
    1 punto

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  30. *,* che sofferenza! ma mi sono innamorata anch'io del lupo di mare Arthur Noone *.*
    sei riuscita a farmi entrare completamente nella storia e a farmici restare anche! -per giorni!-
    l'unico dubbio è sull'aspetto perv... nel senso, vorrei che una volta svelata la tua identità potessi anche chiarire qual'è la parte perv per te ;) intanto 2 punti, complimenti! :*
    Caroline

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  31. A questo magnifico Arthur/Edward vanno i miei 3 punti.
    Mi ha incantato questa OS!
    Etabeta86

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  32. Bellissima storia, molto intensa e feroce scava nella mente dei personaggi mettendone a nudo forza e debolezza. Non posso commentare come vorrei perchè non ne ho il tempo ma lo farò in seguito perdonami.
    VOTO 1

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